CESARE DEVE MORIRE

recensione di fabio torrico

Regia: Paolo e Vittorio Taviani, regia teatrale di Fabio Cavalli
Genere: Docufiction
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Produzione: 2012
Durata: 76′

“Se avete lacrime, preparatevi a versarle adesso.” (Antonio: atto III, scena II)

La potenza delle tragedie shakesperariane, il loro essere dei “classici” che travalicano il tempo nel quale furono composte, oltre che per l’impareggiabile estro creativo dell’autore, sta nel fatto che essenzialmente sono i più intimi sentimenti umani ad essere messi in scena.
E questa, sia detto fin dal principio, magistrale opera dei fratelli Taviani, eccelle proprio perché riesce a restituire tutto il pathos che caratterizza l’opera del grande drammaturgo inglese.
Il fatto di avere scelto dei soggetti “borderline”, persone il cui vissuto, al di là di ogni possibile “giudizio” morale, è stato (ed è tutt’ora) caratterizzato da eventi di singolare drammaticità ed intensità, e di aver poi saputo, “incanalare”, “plasmare”, questa energia magmatica per conferire ai personaggi da costoro interpretati un eccezionale spessore rappresenta il principale merito e punto di forza della pellicola, che alterna sequenze di grande teatro inframezzate, con mirabile equilibrio, a parti aventi carattere documentaristico, ove il difficile quotidiano vissuto dai detenuti, le loro afflizioni, i loro rimpianti e crucci, sono raccontati con rispetto ed esemplare pudore, senza mai ricercare la frase ad effetto oppure il dettaglio pruriginoso e superfluo.
La scelta delle riprese prevalentemente in bianco e nero, con l’eccezione delle sequenze che riprendono lo spettacolo sul palcoscenico e poche altre di transizione, conferisce il “giusto” tono di austerità al tutto e nel contempo determina una sorta di distacco da parte dello spettatore, che in una qualche forma rende più “sopportabile” il viaggio negli abissi di cemento del carcere.
Ed il carcere stesso, con i suoi angusti corridoi, i suoi “anfratti” a divenire la scenografia dell’opera, scelta questa rischiosa ma che si rivela vincente.
Il regista teatrale Fabio Cavalli, come in un gioco di scatole cinesi, firma la direzione dello spettacolo che è poi “tramutato” in grande cinema dalla mano sapiente dei fratelli Taviani. Assistiamo quindi ad una “regia nella regia” che ci rivela “il dietro le quinte”, gli espedienti, le difficoltà, le “cadute” e i momenti di maggiore trasporto che nel corso di sei lunghi mesi di preparazione hanno portato alla realizzazione di questo eccellente spettacolo teatrale, amato dal pubblico presente in carne ed ossa alla rappresentazione tanto quanto da quello che si è commosso, nella sala di proiezione, ascoltando le vibranti parole di uno straordinario Bruto.
Particolarmente interessante la scelta di far recitare i detenuti nel dialetto della loro regione di origine, seppur con qualche piccolo accomodamento necessario per non inficiare le potenzialità di comprensione da parte del pubblico, così da conferire alle rispettive interpretazioni maggiore spontaneità, delineando nel contempo un affascinante mosaico del variegato patrimonio regionale italiano.
Fabio Cavalli è il responsabile, fin dal 2000, del progetto teatro nel carcere di Rebibbia, a Roma, sezione Alta Sicurezza; precedentemente sono stati rappresentati testi di Dante, Eduardo, Giordano Bruno, nonché lo stesso Shakespeare ed è stata fondata una compagnia costituita dagli ex detenuti “Compagnia Teatro Libero di Rebibbia” che ha rappresentato vari spettacoli di eccellente qualità interpretativa in diverse località d’ Italia, evidenziando oltre all’indubitabile valore artistico della compagnia in se stessa, come il carcere possa divenire, se le “energie” vitali ed umane dei detenuti vengono “indirizzate” nel modo “giusto”, riabilitazione, rieducazione, rinascita, prima che castigo puro e semplice.
Un riflessione quest’ultima, che senza voler di certo tralasciare la necessità da parte della collettività di tutelare se stessa dalle azioni di persone che hanno abusato della loro libertà, tende a sottolineare come, in una società che aspiri a professarsi “civile”, la possibilità di scrivere sul certificato penale “fine pena mai”, forse, andrebbe posta seriamente in discussione.

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