SHRINK

recensione di nicolò favaro

regia: Jonas Pate
interpreti principali:Kevin Spacey, Dallas Roberts, Pell James, Keke Palmer, Jack Huston,Mark Webber, Robin Williams
produzione: Usa 2009
durata:110′

Film pieno e dolente che parla di uno psichiatra e dei suoi pazienti, del cinema e degli artisti, di marijuana e suicidi. Un fragile Kevin Spacey è lo strizzacervelli delle star hollywoodiane, scrive best sellers su come essere felici ed è profondamente turbato dal suicidio della moglie avvenuto solo un anno prima. Cerca di colmare questo vuoto assumendo massicce dosi d’erba, ma non riesce a portare avanti il suo lavoro e ad essere d’aiuto ai suoi pazienti. Tra questi c’è l’agente cinematografico maniaco compulsivo, lo sceneggiatore bloccato, l’attrice bellona in declino coniugale e professionale, l’attore sessodipendente (uno spiazzante Robin Williams mai così trattenuto e misurato) e la ragazza di colore proveniente dal ghetto, appassionata di cinema, che forse ha subito un lutto simile al suo. Il dottor Carter fugge dalla vita e dalle preoccupazioni, è stanco più o meno di tutto e ha come unico confidente il suo pusher, Jesus, che oltre a fornirgli la sua dose giornaliera di felicità al thc, gli propone anche quella empatica, in un cortocircuito sull’aiuto e la responsabilità. Un film dai toni leggeri che parla di questioni importanti, che usa la psicologia come mezzo, ma non assolutamente come fine.

Le storie dei singoli pazienti, degli amici e della famiglia del dottor Carter si aprono davanti a noi un pezzo alla volta, e sembrano circondarci, assalirci in maniera discreta e continua, ma senza possibilità di fuga. Siamo lì a confrontarci con i problemi di un uomo, ad elaborare con lui un lutto, un senso di colpa che lo porta a dormire ovunque ma non nel letto coniugale, lasciato integro e immacolato, come sacrificio al dio del perdono: cercato, invocato ma sempre lontano, sempre da qualche altra parte. Un film di limiti e zone di confine, senza un giusto e uno sbagliato, immerso nei mezzi toni del tramonto e dell’alba o al riparo nell’ombra del giorno e dei neon di negozi aperti tutta la notte. Anche se siamo ad Hollywood, patria dell’apparenza e dell’apparire, ciò che cerca il dottor Carter è un posto tranquillo dove potersi ritrovare, dove poter dimenticare, per andare avanti e tra una tirata di canna e una riflessione si Kierkegaard capisce che forse il riposo sta da un’altra parte. Nel contatto umano, forse, un domani ulteriore è possibile.

Altro film mai distribuito in Italia, malgrado un cast compatto e di spessore e una regia misurata e senza sbavature. Anche la storia, malgrado di film su Hollywood e sulla psicoanalisi se ne siano visti a dismisura, riesce a tenere alta l’attenzione e a coinvolgere lo spettatore nelle quasi due ore di film. Nota a margine per le interpretazioni di Kevin Specey e Robin Williams. Il primo riesce a mostrarci la sofferenza con un semplice movimento del sopracciglio, ad essere persona prima che personaggio e a mostrarsi in tutta la sua fragilità, lontano anni luce dalle sue interpretazioni più acclamate e luciferine. Il secondo invece si mostra per la prima volta invecchiato e disperso, un nevrotico contrito ma mai sopra le righe in una parte che non ti aspetti. Insomma un film importante sotto diversi punti di vista che vi consiglio di recuperare al più presto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: