RESTLESS – L’AMORE CHE RESTA

recensione di Marta Freddio

Regia: Gus Van Sant
Produzione: USA 2011
Durata: 95 minuti
Interpreti: Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk, Jane Adams
Titolo originale: Restless

Nel 2011 a ben 40 anni di distanza dal film Harold & Maude, Gus Van Sant firma Restless, ennesimo suo ritorno –riuscitissimo anche questa volta- al cinema mainstream. Film tradotto in Italia con L’amore che resta, sempre perché qui da noi va di moda imbruttire i titoli, Restless deve molto al film di Hal Ashby; come Harold infatti il protagonista di Gus Van Sant, Enoch, è un adolescente disadattato che per passatempo si imbuca ai funerali di perfetti sconosciuti per indagare a suo modo la morte e proprio come nel film del 1971 durante un rito funebre conosce Annabel, la Maude di Van Sant, non più un’ottantenne impavida davanti alla legge e alla morte, ma una ragazzina diafana, malata terminale di cancro, appassionata di Darwin e molto consapevole del poco tempo che le resta da vivere.
Oltre alla sopracitata somiglianza con Harold & Maude, va detto che Restless è l’adattamento cinematografico di una pièce teatrale di Jason Kew, Of winter and water birds, che conferma l’amore del regista di Portland per il mondo degli adolescenti e del loro lato più oscuro. Si, perché il talento di Van Sant nel raccontare storie può passare da Elephant a Milk senza scossoni, attraverso Paranoid Park, Drugstore Cowboy, Last Days, Gerry e My own private Idaho, citati in ordine sparso e in grado ognuno a suo modo di attrarre sia i cinefili più rigidi che il grande pubblico.
Quella che il regista racconta in Restless è una storia d’amore portata ai limiti: Enoch e Annabel si innamorano, ma entrambi sanno che il loro tempo insieme sarà breve. Ed è qui che il film si fa assoluto, non è più soltanto la loro storia, ma per derivazione diventa la storia dell’amore, perché ogni amore in sé porta non detta la consapevolezza della fine. Qui è la malattia, ma altrove potrebbe essere qualunque cosa.
Quello che Van Sant racconta con tutta la delicatezza e la grazia di una camera che si sofferma più e più volte sui primi piani pallidi dei due giovani è la spietatezza dell’innamoramento e come ad esso si sopravive solo crescendo, solo attraversandolo e arrivando fino in fondo. Sopravvivere alla fine dell’altro, in un certo senso è anche questo l’amore.
Per ciò Enoch decide di rendere speciali gli ultimi mesi di vita di Annabel; insieme sfidano la morte, la mettono in scena nel salotto di casa, ne parlano continuamente e quasi l’aspettano per vedere in ultimo se tutto quello che hanno vissuto sia stato realmente vero.
Qui si potrebbe rimproverare al regista il tipico montaggio da love story con musichetta in sottofondo dei momenti belli, ma resta comunque funzionale per farci intuire quel continuum che un film non può mostrare e per riportare in termini di universalità la storia dell’amore.
In questa vicenda trova spazio anche un altro personaggio, Hiroshi, il fantasma di un kamikaze della Seconda Guerra Mondiale e senza troppo rivelare sul suo ruolo dirò solo che oltre a giocare (e a vincere) a battaglia navale con Enoch, sta a lui svelare la verità del film e gli basterà una frasetta: “la morte è facile, è l’amore a essere difficile”.
Il finale a questo punto è prevedibile ma i protagonisti bravi e intensi non stancano mai, lui, Henry Hopper, bello più del padre (Dennis Hopper) e lei, Mia Wasikowska, che con questo ruolo finalmente sgancia il suo volto da quello dell’inutile Alice di Tim Burton.
Restless presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2011 non riceve premi ufficiali ma solo l’apprezzamento del pubblico.
Consigliato a chi ama Gus Van Sant, i volti pallidi e le belle colonne sonore.

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