QUASI AMICI (INTOUCHABLES)

recensione di giorgia favaro

regia: Olivier Nakache, Eric Toledano
interpreti principali: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot
produzione: Francia 2011
durata:112′

Potrei iniziare questa recensione scrivendo che “Quasi amici” è il film-fenomeno dell’anno, o riportando le cifre esorbitanti degli incassi registrati paese per paese, o ancora con qualche citazione popolare sull’amicizia.
Invece scriverò che “Quasi amici” è una di quelle cose che consideri così belle e rare che quasi ti dispiace che abbia avuto così tanto successo. Come quelle canzoni che hanno segnato un momento particolare della tua vita e che ti fanno venire i brividi ogni volta che le senti, e che poi vedi pubblicate sulla bacheca di qualche tredicenne, tra i link con i gattini e le frasi scritte con le k e senza vocali. Insomma, ti piange il cuore a sapere che una cosa così preziosa sia a disposizione di tutti, ma proprio tutti, ma allo stesso tempo ti dà un po’ di speranza pensare che tra il mare di cazzate e banalità nel quale ogni giorno ci sbracciamo per sopravvivere, ogni tanto capitino scialuppe di salvataggio come questa, pronte ad accogliere chiunque senza discriminazioni (come potrei fare io, ad esempio).
La storia, tratta da una vera, è quella potenzialmente paraculissima e patetica di un’amicizia improbabile tra un immigrato di colore, povero e con la fedina penale sporca, e un paraplegico bianco, ricchissimo e vedovo. Insomma, un mix esplosivo in cui un grammo in più di qualsiasi ingrediente avrebbe rischiato di rendere il tutto un soufflé di lacrime e sbadigli. Invece si capisce da subito, dall’alternarsi di Vivaldi e Earth Wind and Fire, dall’irresistibile faccia da schiaffi di Driss e dal viso tirato di Philippe che si distende, restituendo alle rughe la dimora dei propri sorrisi, che quella che sta nascendo sotto i nostri occhi sarà una grande storia, di quelle che ti trovano in un modo e ti lasciano in un altro.
Un’amicizia di quelle che tutti vorrebbero avere o aver avuto, dove la compassione lascia il posto alla sincerità, e le risate all’autocommiserazione. Grazie alle battute politicamente scorrette di Driss e alla sua vitalità contagiosa, Philippe si scrolla di dosso il dolore e l’apatia, sapendo che sarà quella di Driss la mano che passerà un panno bagnato sulla sua fronte quando si sveglierà di notte in preda agli spasmi e che sarà la stessa che poi gli passerà una canna per farseli passare. Driss ritrova invece grazie a Philippe la fiducia in se stesso e scopre lati forti e splendidi del suo carattere che nemmeno sapeva di avere. Che poi è il miracolo che avviene ogni volta che troviamo un vero amico.
Così tra un massaggio tantrico alle orecchie, uno spettacolo di opera con alberi che cantano in tedesco, un rapporto epistolare che diventa di carne ed ossa e responsabilità che vengono finalmente prese ed accettate, si avvia verso il gran finale questa storia unica, dove si ride e ci si commuove fino alle lacrime, senza retorica, e di gusto.

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