DIAZ – DON’T CLEAN UP THIS BLOOD

recensione di daniele papa

regia: Daniele Vicari

interpreti principali: Elio Germano, Claudio Santamaria, Rolando Ravello, Aylin Prandi, Alessandro Roja, Monica Birladeanu

produzione: Italia, Francia, Romania 2012

durata: 127′

Diaz, non pulire questo sangue. Per quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici dopo la seconda guerra mondiale” Daniele Vicari realizza un film crudo e violento, che parte con un intento documentaristico per poi urlare con rabbia tutta l’assurdità del dramma: urla contro l’ineguaglianza, considerata come accettabile, di alcune classi verso altre classi, urla contro l’ingiustizia, considerata come inamovibile, che il potere applica senza dare il diritto alla replica.

Il raid effettuata alla scuola Diaz durante il G8 di Genova appena dopo la morte di Carlo Giuliani, che aleggia come spettro invisibile ma protagonista centrale della vicenda, è, agli atti, considerato un sopruso che uno Stato di polizia ha applicato, perchè incapace di gestire una situazione divenuta troppo complicata: ne esce un film frammentato, come incomprensibile è la vicenda narrata, dove le pur ottime interpretazioni di Germano e Santamaria appaiono quasi sussurrate, maschere funzionali ad una realtà senza più logica .

Forse per non peccare di faziosità Vicari prende la lezione di Orson Welles e decide di far narrare la storia attraverso i punti di vista di quattro personaggi differenti: un giornalista, un poliziotto, un black block e un attivista per il social forum. Quattro punti di vista poi non così inconciliabili poichè tutti, interrogandosi sul perchè, non riescono che a rimanere silenziosi di fronte allo spettacolo che va via via delineandosi, dove il terrorismo non si insidia nei caschi da motorino di ragazzini armati di bastoni ma nelle incontestabili e lucide sedi del potere.

Quello a cui assistono, loro come protagonisti della vicenda e noi come spettatori, è il crollo della civiltà, il rompersi dell’idea di giustizia stessa su cui si basa uno Stato costituzionale: l’emblema ne diviene l’infrangersi di una bottiglia lanciata contro la macchina della polizia, quasi a rappresentare, drammaticamente, il momento in cui viene varcata la fragile linea di confine tra l’umanità e le bestie: un’immagine riproposta nel film più e più volte, quasi a ricordare come questo fenomeno che non fa che ripresentarsi ogni volta,  negli anni, con forme diverse eppure con la stessa inequivocabile dinamica.

Un film che non lascia scampo, che non dà risposte perchè in questo caso non bisogna spiegare ciò che è a tutti evidente: non rimane quindi che sferrare allo spettatore gli stessi pugni allo stomaco subiti da chi quella notte dormiva alla Diaz, perchè ne siamo tutti vittime di quei cazzotti in faccia e quelle manganellate sui denti. Il regista utilizza tutta la sua maestria da cineasta, come l’uso del dolly e della camera a spalla, per privilegiare il taglio realistico ed evidenziare come, purtroppo, tutti i fatti narrati non sono una di quella fiction agiografiche di un passato arcadico di eroi. Qui non c’è nessun eroe, nessun deus ex machina che scende a spiegare il senso della tragedia, solo vittime di un sistema illogico che non mira che a legittimarsi e perpetuarsi: un film ambizioso, a cui si possono perdonare alcuni difetti come la scarsa introspezione dei personaggi e alcuni dialoghi poco realistici, ma che probabilmente il regista ha tralasciato focalizzandosi sull’idea di una visione totalizzante.

E’ impossibile paragonarlo ad A.C.A.B., che trattava lo stesso argomento e che ho recensito tempo fa (lo potete leggere qui): usciti nello stesso anno, quest’ultimo, pur con una sceneggiatura più strutturata e attori molto più bravi, non  rimane che una bella puntata di Romanzo Criminale, senza alcun sincero legame con la realtà italiana che rimane un’ispirazione lontana: Diaz è mal recitato,  mal strutturato, perchè l’interesse dell’autore non è stato delineare personaggi interessanti ma rappresentare una realtà su cui riflettere. E diviene impossibile non rimanerne fortemente colpiti, lacerati dentro.

Posso dire di essere uscito dalla sala riflettendo e ricordando anche io con rabbia tutte le sensazioni che provai undici anni fa, quando ero uno studentello di scienze politiche e di Genova se ne parlava tanto, per lo più senza esserci mai stati: a fronte del marasma di sensazioni contraddittorie è riapparso però uno spirito di ottimismo, lo stesso che provai in quel tempo, ricordandomi dei social forum di quell’anno dove tra sorrisi, musica e tante discussioni capeggiava, sempre, uno stesso slogan, semplice e pieno di speranza. “Un altro mondo è possibile”.

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