DON’T BE AFRAID OF THE DARK

recensione di fabio torrico

Regia: Troy Nixey.
Prodotto: USA, Australia, 2011.
Scenaggiatura: Guillermo Del Toro, Matthew Robbins.
Produzione: Guillermo Del Toro, Mark Johnson.
Interpreti principali: Katie Holmes, Guy Pearce, Bailee Madison, Alan Dale, Jack Thompson.
Genere: Horror
Durata: 99 min.

Chi tra noi, da bambino, non ha chiesto almeno per una volta alla persona che lo accudiva di lasciare la luce accesa in camera da letto, giunto il momento di coricarsi? E con ogni probabilità ci siamo sentiti rispondere “Non avere paura del buio”.Sta di fatto che, la piccola Sally Hirst ( Bailee Madison ) parrebbe abbia ottime ragioni per averla.Dopo un antefatto che definire sinistro è davvero dir poco, il regista Troy Nixey, qui alla sua seconda fatica, dopo aver diretto il cortometraggio d’animazione “ Latchkey’s Lament” presentato al Toronto Film Festival del 2007, ci introduce alla vicenda della quale Sally sarà l’involontaria protagonista.I genitori di Sally si sono separati e lei per un periodo andrà a vivere con il padre, Alex Hirst ( Guy Pearce ) che ha al suo fianco una nuova compagna, di diversi anni più giovane di lui, Kim ( Katie Holmes, è emblematico che il cognome di questo personaggio non venga mai citato, quasi fosse predestinato all’oblio . . . ), la quale si adopera fin dal principio, per riuscire a conquistare la simpatia della bambina.Alex e Kim sono restauratori ed al principio della vicenda, sono in procinto di ultimare gli imponenti lavori relativi ad una lussuosa dimora risalente al diciannovesimo secolo, la cui foggia si rifà agli stilemi dell’Art Nouveau, appartenuta ad un celebre illustratore che l’aveva fatta edificare quando era all’apice del successo, come monumento al suo talento.Fin dal principio Sally non si sente a proprio agio nella nuova casa, ove il padre e la compagna risiedono stabilmente per poter meglio supervisionare i lavori di restauro. Ovunque sono presenti, all’altezza del battiscopa, eleganti vani di ventilazione, che fanno risuonare le voci, ed altri rumori, da un stanza all’altra, quasi fossero portati dallo Zefiro, cosa questa che di per se basterebbe a rendere indesiderabile la permanenza. Pochi giorni dopo il suo arrivo, la piccola Sally si avventura in giardino, perdendosi tra i meandri del labirinto di siepi, di kubrickiana memoria, quando ecco che, in modo puramente casuale, si imbatte in un lucernario posizionato raso terra, seminascosto dalla vegetazione. A dispetto delle vivaci proteste del vecchio custode, Alex insiste per rimuovere rami e fronde e così viene a conoscenza dell’esistenza di una misteriosa cantina, che stando a quanto il custode riferisce neppure dovrebbe esistere, e animato dallo spirito indagatore del professionista di settore, decide di riaprire l’accesso. Da questo momento un poi, ci saranno valide ragioni per avere timore del buio. Prodotto e sceneggiato dal regista messicano Guillermo Del Toro, che ha scelto Troy Nixey in virtù di una sensibilità affine alla propria, per portare sul grande schermo un progetto a lui caro, il remake di un film per la tv datato 1973 avente il medesimo titolo, la pellicola convince sotto il profilo estetico e anche la scelta delle inquadrature ben si confà alla narrazione.Si ravvisano evidenti affinità con gli altre opere di Del Toro, quasi una “galleria” dei suoi personali soggetti archetipici: il tema del giardino incantato, l’infanzia immaginata come età “della chiaroveggenza”, intesa come possibilità di percepire il magico, la protagonista bambina, come in “Il labirinto del fauno”, le antiche leggende che si dimostrano veritiere. Forse proprio in ciò sta la forza, e nel contempo la debolezza, di questa pellicola: se difatti trattasi di tematiche non prive di fascino e capaci di sollecitare anche la fantasia più sopita, da un altro punto di vista questo “Don’t Be Afraid of the Dark” sembra “appartenere” quasi totalmente a Guillermo Del Toro e “la mano” di Troy Nixey praticamente non si avverte, o meglio ancora, è necessario leggere i titoli di testa per capacitarsi di come si tratti di un film che Del Toro ha “solo” sceneggiato ma non anche diretto. Inoltre, pur essendo girate con indubbia qualità tecnica, le sequenze nel quali “la presenza” delle creature non umane è manifesta, sono sovente eccessivamente prolisse, con il risultato che lo spettatore poco a poco si “abitua” all’anomalia rappresentata da questi esseri determinando un deciso crollo della suspance e delle aspettative.In questo frangente, sembra che la coppia Del Toro – Nixey abbia dimenticato l’essenziale, ossia la ragione per quale si ha paura del buio: perché il buio, in quanto tale, con il suo celare alla vista ciò che è ammantato dalla sua cortina di oscurità, lascia libero sfogo all’immaginazione. Per concludere, un possibile spunto di lettura per amanti del genere fantastico: nel corso della conversazione tra Kim ed il bibliotecario, viene citato lo scrittore gallese Arthur Machen, autore di racconti di genere e noto ai più per il suo più famoso romanzo, “Il grande dio Pan”, del 1894, l’opera del quale è stata primaria fonte di ispirazione per lo sceneggiatore – produttore Del Toro, all’origine di molte delle sue visioni.

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