Le persone scompaiono e Chi l’ha visto non può fare niente

di Chiara Giontella

Non lo so perché penso sempre che ti sei reincarnato in gatti, non ti piacevano neanche così tanto. E crederti dentro un gatto non mi fa essere più felice. Sarebbe un problema se tu fossi lì a mangiare crocchette e a goderti piccoli perfetti piaceri. La verità è che sei scomparso. Ti sei fatto piccolo, grigio e sei scomparso ed è stata anche colpa mia. È stato un complotto scientifico internazionale a lasciarti morire, un vuoto di potere, una ridicola mancanza di senso. Sei morto per delle moltiplicazioni mentre tutto il mondo aveva smesso di contare. Ad un certo punto non c’è più stato niente da leggere, era tutto poco adatto. Hai provato con i fumetti, te li avevo nascosti in alto sopra un armadio bianco avvolti in un telo di plastica. Si poteva solo aspettare e io l’ho fatto in silenzio. Non ho mai cambiato così tante posizioni come in quel periodo. Mi sono rannicchiata e ho avuto paura per la mia vita, non per la tua. Ho pianto dentro una minestra trovandolo veramente fuori luogo. Ho guidato piano, prudente come un anziano. Ho fatto pochissimo sesso perché non sentivo più niente. Non sono stata sincera con te a proposito di numeri. Ti ho portato spie in camera mentre non eri cosciente. Erano spie russe travestite da persone che flirtavano con gli infermieri pugliesi solo perché erano vivi. Mi hai visto soprattutto andare via dopo essere stata un po’ seduta sulla punta della sedia. Andavo lontano a pensarti, con le persone sbagliate intorno, persone ridicole e ottuse che non rivedrò mai più, ora fanno le scimmie in un circo. Ti ho portato i quotidiani sbagliati, articoli che parlavano di tutti i preti morti quel giorno di ottobre, morti per mancanza di fede. Non ci crede più nessuno che c’è qualcosa oltre questa stanza arredata male. Non te lo dovevo dire però che le case che avevi costruito stavano crollando tutte con gli abitanti ancora dentro a cenare con la tv accesa. Mi ricordo una mattina che avevi un po’ di lacrime morte intorno agli occhi, mi sono stesa lì vicino nella tua stessa posizione scomoda e non ho saputo fare niente perché sono una persona qualunque. Nei fogli grandi racchiusi in buste gialle c’erano solo brutte notizie, che decidevano di tutto quello che avresti voluto ancora fare. Ti guardavo le gambe e i piedi mentre le pasticche riempivano la stanza, poteri magici per un tempo limitato, voli vuoti che ti facevano scomparire le labbra e i denti. Lo sapevo solo io che saresti morto prima di tutti quelli che odiavi di più, quelli che ti avevano sciupato la vita.
Eravamo a Roma e una macchina ti leggeva dentro e vedeva caos irrimediabile, c’erano i neon e le sedie di plastica grigio sala d’attesa. Un ospedale costruito male in cui gli ascensori erano vicoli ciechi e non incontravi mai lo stesso infermiere, li assumevano per mezz’ora, giusto il tempo di camminare per il corridoio. Ho fatto il giro del quartiere quando ci siamo salutati la sera, era periferia, come la nostra, ho fatto un paio di chiamate e ho scelto una cena.
Forse saresti potuto invecchiare. Potevi trovare un lavoro bello magari vicino al mare, mangiare pasta a pranzo e leggere i giornali appena consegnati alle edicole appoggiato sul volante di un’auto definitiva. Forse avremmo iniziato a scriverci delle e-mail con gli oggetti lasciati in bianco, forse avresti cambiato opinione su di me.
Un libro lasciato a metà, un telefonino vecchio, scarpe costate pochissimo e gilet blu imbottiti, occhiali di gradazioni varie, vecchi maglioni anni 70’, fatture, un sacco pieno di morfina, xanax e antidolorifici vari, la tua scrittura ancora su fogli sparsi, un furgone, un rasoio, un libretto universitario con una foto in cui avevi tantissimi capelli ricci, spesso numeri di telefono, un conto da chiudere in banca e degli indizi, pochi.
Non so cosa prometterti, forse che sto invecchiando e che certe volte sono disperata. Ti prometto che avrò dei momenti di lucidità e che non ingrasserò troppo. Avrò la nausea ogni volta che passerò davanti a quella finestra, assecondando la rotonda in una strada che sembra di essere a Bologna ma non è così.
Non so dove sono finite tutte le volte che mi hai semplificato la vita, che hai trovato soluzioni, che mi hai pagato la colazione. Io me le ricordo male perché sono grovigli.

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