THE BOX

recensione di fabio torrico

regia: Richard Kelly
produzione: USA 2009
interpreti: Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella, James Rebhorn, Sam Oz Stone, Holmes Osborne.
durata: 115′

“L’inferno sono gli altri”, questo scrive Jean-Paul Sartre, contestualmente alla composizione della sua celebre opera teatrale A porte chiuse (Huis clos).
Il soggetto della stessa immagina un luogo che non è un luogo ma bensì una condizione esistenziale, quella che attiene a tre anime prigioniere degli inferi, Garcin, Inès, Estelle, le quali, con il loro carico di rancori e conflitti irrisolti, sono l’una il castigo dell’altra, fino alla fine dei secoli, prigioniere in effetti dello stesso egoismo che è stato la cifra primaria delle loro vite terrene e che adesso impedisce loro di varcare una porta, sempre aperta, che gli permetterebbe di lasciare la loro prigione immateriale.
Ed è con un’altra citazione del medesimo autore, che mi asterrò dall’anticipare, proferita da uno dei personaggi, che si conclude la pellicola di Richard Matheson, The Box.
Stati Uniti, 1976.
I coniugi Norma (Cameron Diaz) ed Arthur Lewis (James Marsden) attraversano una fase difficile.
Sono uniti da un profondo affetto ma ciò non basta a risolvere, soprattutto sul piano psicologico, le molte problematiche che li affliggono, tra le quali la situazione lavorativa di Arthur che si fa incerta e il senso di insicurezza ed “emarginazione” che da sempre tormenta Norma, la quale, essendo rimasta anni addietro vittima di un incidente che l’ha resa claudicante, si percepisce come un’intoccabile, proprio in relazione alla sua menomazione fisica
Anche l’amore, indiscutibilmente immenso, che i Lewis nutrono per il loro unico figlio Walter (Sam Oz Stone), un bambino fragile e percettivo, non è di per sé sufficiente per compensare il disagio.
Una mattina Norma trova dinnanzi alla porta di casa un pacco postale dall’aspetto assolutamente anonimo, contenente un insolito oggetto, ossia una scatola di legno sormontata da una cupola di vetro al di sotto della quale è presente un vistoso pulsante rosso, affine a quello deputato all’arresto di emergenza dei macchinari, per intenderci.
C’è anche un messaggio, da parte di un enigmatico personaggio, che si firma Arlington Steward (Frank Langella) il quale fa sapere che si presenterà alle 17, per fornire spiegazioni.
Norma, in uno stato d’animo che oscilla tra timore e curiosità, decide di aspettare l’arrivo di questo insolito personaggio.
All’ora convenuta si presenta alla porta un distinto Signore in doppio petto che avrebbe un aspetto assolutamente convenzionale se non fosse il viso atrocemente sfigurato, il quale dopo essersi cerimoniosamente presentato fa a Norma una proposta a dir poco bizzarra: se il misterioso pulsante rosso verrà schiacciato, le dice, da qualche parte una persona, che lei non conosce, morirà; nel contempo, la famiglia Lewis riceverà in pagamento la somma di un milione di dollari (“esentasse” puntualizza il Sig. Arlington).
Da qui in poi, inizia l’agonia della famiglia Lewis, che si troverà alle prese, oltre che con l’iniziale e più che logica incredulità, con un aspro dilemma morale, mano a mano che i coniugi Norma ed Arthur si capaciteranno di come, per quanto folle possa essere, l’estraneo che si è presentato alla loro porta, dica il vero.
Il racconto di Richard Matheson Button, Button viene portato sullo schermo per la seconda volta attraverso la realizzazione di questa pellicola, dopo che, nel 1986, una puntata della celeberrima serie The Twilight Zone era stata basata sul medesimo soggetto.
Il regista Richard Kelly, che aveva stupito il mondo con una delle pellicole più bizzarre (nonché a mio avviso riuscite) degli ultimi anni, Donnie Darko, attraverso questo progetto rimette dinnanzi agli occhi del pubblico l’ossessione alla base della sua vena creativa, ossia l’idea che sotto il fragile velo della quotidianità, della così detta normalità, si celino abissi di indicibile orrore e forze destabilizzanti sempre in agguato, pronte a “polverizzare” in un istante le fragili convinzioni dei più.
Sotto questo profilo, pur essendo poi la suddetta ossessione tradotta con un linguaggio poetico totalmente dissimile sia per quanto concerne la forma e sia per quanto riguarda i contenuti, è arduo non pensare al grande scrittore americano Howard Phillips Lovecraft ed alla sua concezione dell’ “orrore cosmico”, al concetto di forze soverchianti che annientano l’illusione della familiarità con il mondo.
Ma ciò che maggiormente colpisce di questo lungometraggio, che in particolare nella seconda parte perde parecchio del suo mordente, per poi recuperarlo parzialmente nella concitata sequenza finale, è l’interrogativo che suscita nello spettatore, un interrogativo estremamente sgradevole, che ci riporta all’opera di Jean-Paul Sartre citata in apertura: cosa rappresentano gli altri, gli estranei, per noi?
Realmente ci importa qualcosa del loro possibile destino, se questi altri non appartengono alla limitata (numericamente limitata se confrontata con la vasta umanità ) schiera dei nostri affetti?
E ancora, siamo in grado di cogliere il potenziale rovesciamento prospettico che questa logica comporta e figurarci cosa potrebbe pensare di noi un così detto “perfetto estraneo”?
Il regista Michael Mann, nel suo Collateral, propone una provocazione affine; difatti quando Max Durocher (Jamie Foxx) contesta al sicario Vicent (Tom Cruise) la sua totale mancanza di rispetto per la vita umana in quanto tale, questi gli domanda se mentre era in atto l’atroce genocidio del Ruanda consumatosi nel 1994, costui abbia compiuto qualcosa di fattivo per esprimere il suo orrore per la vicenda, tipo firmare una petizione o affini e Max Durocher è costretto ad ammettere che nulla del genere gli è passato per la mente.
Un altro concetto degno di nota che tuttavia nella pellicola di Kelly viene soltanto “abbozzato” è quello del conformismo, ad opera della società così detta civile, i cui soggetti costituenti sono talvolta capaci di atti di inaudita violenza sia fisica che psicologica, che vengono perpetrati ai danni di chi appare in una qualche forma differente e quindi potenzialmente “inadatto”.
A causa di una reazione difensiva a questo “processo”, Norma Lewis non riconosce nell’indecifrabile Sig. Arlington Steward la minaccia che costui in effetti rappresenta, poiché si sente in qualche modo umanamente vicina a quest’individuo per altro assolutamente estraneo poiché si immagina come costui, essendo sfigurato in viso, possa essere fatto oggetto di esclusione e atti di crudeltà, proprio quegli atti dei quali lei stessa è stata più volte vittima in ragione della sua menomazione fisica.
Così Norma si inganna e non comprende che la “bruttezza” esteriore di Arlington Steward è di natura “metaforica” e costituisce dunque una sorta di campanello d’allarme relativo alla sua oscura natura interiore.
The Box è un film che presenta innumerevoli imperfezioni, al pari di un cristallo non lavorato, arrivando in alcune sequenze a sfiorare pericolosamente il ridicolo involontario; ciò non di meno, il nucleo insito nel messaggio che si propone di veicolare, resta sempre intellegibile e pungente.
Consigliato, non senza qualche riserva.

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