MAGNOLIA

recensione di francesca chiappalone

Regia: Paul Thomas Anderson
Produzione: Usa 2000
Interpreti: Jason Robards, Julianne Moore, Tom Cruise, Philip Baker Hall, John C. Reilly, Michael Bowen, Jeremy Blackman, Alfred Molina, Philip Seymour Hoffman, Orlando Jones, Michael Murphy, April Grace, Melinda Dillon.
Durata: 160′

Allora la vita è questa: sei piccolo e, se tutto va bene, c’è qualcuno che ti aiuta a crescere. Studi, se tutto va bene, trovi qualcuno che è meraviglioso, nonostante lo schifo del resto delle persone, e decidi di passarci il tempo. Trovi un lavoro, scopri delle capacità che non sapevi di avere. Poi nel frattempo quel qualcuno così meraviglioso è rimasto là o se n’è andato, quel lavoro va bene o forse ce n’è un altro. In mezzo a tutto questo ci sono gli errori che facciamo e la Santa Casualità.
È di questo che ci parla Magnolia, la vita secondo Paul Thomas Anderson.
Con un ritmo incalzante, veloce, volutamente frenetico, il regista ci porta nella vita di nove personaggi e di tutti quelli che li circondano. Sembrerebbe un momento qualsiasi ma ci sono odori strani, sì odori, perché un film, quando è fatto bene, apre anche le tue narici. E allora ecco che si sente la cocaina, il sudore, la morte, l’amore, perché si sente anche quello, e un po’ di urina e tutti quei farmaci.
Earl, un vecchio milionario, è sul letto di morte, il cancro se lo sta portando via. Sua moglie Linda, triste e piena di prozac, si rende conto di amarlo troppo tardi, suo figlio Frank invece, che non vede da troppo tempo, è diventato uno stronzo maschilista nonché famoso. Poi c’è Jimmy, conduttore televisivo anche lui in punto di morte, che vorrebbe riappacificarsi con la figlia cocainomane. C’é un poliziotto che cercherà di salvarla, un uomo solo che un tempo era considerato un piccolo genio e un bambino prodigio che tenterà, anche con la sua pipì, di aprire gli occhi a un padre egoista e inutile e che di sicuro apre i nostri.
Eccoli. Mischiateli per bene e guardateli, tutti insieme, senza nessun filo visibile che li unisce. Tutti, mentre sorridono e si vantano, con le lacrime e la pazzia di chi non vede oltre quelle ventiquattro ore. In questo il cast fa la sua meravigliosa parte, a partire da Julianne Moore che prima ti stordisce con la sua disperazione intermittente e poi ti fa una carezza che ti scioglie. E poi Jason Robards, Philip Baker Hall, quella coppia bellissima che sono Melinda Dillon e Jon Reilly, soprattutto quando lui, tenero poliziotto, suda freddo per quanto è contento del loro appuntamento e lei, nell’apice della sua tristezza (nonché tossicodipendenza), gli dice, come se volesse metterlo al riparo da una sciagura certificata, «Ora che ci siamo trovati hai niente in contrario se non ci vediamo mai più?».
Solo tutti là, in quel melange di tenerezza e di errori che anche solo ricordati fanno perdere l’equilibrio di nuovo, si guardano e cercano perdono e alla fine lo vedi il filo comune, quello che accomuna tutti, scritto in stampatello su ogni faccia che Anderson piazza davanti al nostro sguardo. Rimpianto, rimpiantissimo se si potesse dire. Perché se tutti loro sono legati da un filo di certo ha a che fare con il perdono e con qualcosa che era meglio non fare. Su questo il regista evita qualsiasi ambiguità, mette in bocca al debole Earl Partridge (Jason Robards) quella che è forse la battuta adatta per tutti i personaggi del film: «Non ascoltare chi ti dice di non rimpiangere, tu rimpiangi il cazzo che vuoi, usa il rimpianto come pare a te, usalo, lo puoi usare capito?».
Poi, che siano tradimenti piazzati qua e là, abbandoni e delusioni messe in fila a seconda della tonalità, conta poco. C’è una resa dei conti per loro, una risoluzione che arriva a forma di punizione, di solitudine, di chiarimento. Perché non conta il lieto fine ma che ci sia davvero, una fine.

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Un Commento

  1. Mario

    Critica acutamente descrittiva. Fa venire voglia di premere play.

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