LA PELLE CHE ABITO

recensione di fabio torrico

regia: Pedro Almodovar
produzione: Spagna 2011
interpreti principali: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo, Blanca Suárez.
durata: 120′

 

Infondere il soffio vitale, una prerogativa degli Dei, che l’uomo cerca, immagina, sogna ed aspira ad emulare fin dall’alba dei tempi.
Così la leggenda del Golem, colosso d’argilla chiamato alla vita dalla ferrea volontà di un evocatore, e più tardi il fosco romanzo opera di Mary Shelley, sono interpretazioni di questa aspirazione creatrice.
Il Victor Frankenstein di questa pellicola si chiama Robert Ledgard (Antonio Banderas), ed è una celebre e celebrato chirurgo plastico che si è spinto sino ai limiti estremi consentiti dalla scienza medica, acquisendo la capacità di riplasmare le fattezze umane ad un livello inimmaginabile.
Ma Ledgard nasconde un atroce segreto: alcuni anni prima, l’adorata consorte Gal (Elena Anaya) è rimasta vittima di un terribile incidente automobilistico ed ha riportato gravissime ustioni.
In seguito alla sua scomparsa, Ledgard è stato incessantemente ossessionato dalla di lei memoria, nonché dalla volontà di acquisire la capacità di poter guarire lesioni di estrema gravità come quelle riportate dalla moglie, trascendendo gli attuali limiti delle capacità di guarire.
Lo struggimento per la perdita subita e l’orgoglio intellettuale si mescolano nella mente sconvolta di Robert, combinandosi in una mistura dirompente.
Così, quando avrà occasione di scoprire l’identità del ragazzo, Vicente (Jan Cornet) che abusandone ha concorso a far si che la fragile psiche della sua unica figlia Norma (Blanca Suárez) sia approdata al collasso finale, tutta la sua frustrazione di padre inadeguato e medico che è stato incapace di curare le ferite della moglie ricadrà sul malcapitato.
Dopo averlo sequestrato ed umiliato, Ledgard si “servirà” letteralmente del corpo del ragazzo per tramutarlo, attraverso una serie di progressiva di interventi chirurgici, in una sorta di clone dell’amata moglie defunta, arrivando ad attribuirgli il nome di Vera (Elena Anaya) ma alla fine, così come il Rabbino Jehuda Löw era si capace di animare l’argilla ma del tutto incapace di creare un’anima ex novo per l’essere da lui plasmato, così il folle chirurgo non riuscirà ad infondere l’amore per la sua persona nello pseudo corpo di Vera, e ne subirà a sua volta le conseguenze.
“La pelle che abito” costituisce un’elegante sintesi delle tematiche “classiche” presenti nel cinema di Pedro Almodóvar, non esclusi personaggi grotteschi, prima tra tutti l’improbabile Zeca (Roberto Álamo), drammi familiari estremizzati, oscuri segreti, passioni, tutto amalgamato sapientemente da quell’inimitabile, amara ironia che ha reso celebre questo grandissimo regista.
Eppure, alla fine, qualcosa manca, quasi come se si trattasse di un magnifico, ma un po’ algido, esercizio di stile.

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