KILL ME PLEASE

recensione di adelaide spadafora

regia: Olias Barco
produzione: Belgio/Francia 2010
interpreti principali: Aurélien Recoing, Virgile Bramly, Daniel Cohen, Virginie Efira, Bouli Lanners, Zazie De Paris, Benoît Poelvoorde, Stéphanie Crayencour
durata: 95′

“Raramente nella vita ci si trova davanti a scelte irreversibili”

Kill me please, per quanto possa sembrare incredibile, affonda le sue radici nella realtà. Olias Barco, che ha tentato il suicidio due volte, incuriosito dalla “moda” dei suicidi di massa giapponesi, prende spunto dalla struttura svizzera Dignitas, realmente esistente in cui si pratica il suicidio assistito, e decide di farne un film.
Il film racconta di una clinica immersa nelle gelide foreste del Belgio, isolata da tutto e malvista dalla popolazione locale, in cui silenzi, rumori ed emozioni sembrano ovattati dalla neve che circonda la struttura, anche per merito di un bianco e nero deciso che diventa elemento caratterizzante della pellicola. Il dottor Kruger (un ottimo Aurélien Recoing) effettua una selezione dei potenziali pazienti, attraverso i video messaggi che gli mandano, e stabilisce la loro idoneità. È lui l’onnipotente somministratore delle dosi di veleno che i pazienti mandano giù con un bicchier d’acqua (qualcuno sceglie lo champagne) dopo aver espresso il loro ultimo desiderio. È lui che, per rispettare il giuramento di Ippocrate, deve accertarsi dell’effettiva volontà di morire dei suoi pazienti. È lui che studia le statistiche e ci informa che il costo sociale di un suicida è di 850.000 dollari e che ogni anno si suicidano circa un milione di persone. Ed è lui che ha deciso di creare questa clinica, sia per dare dignità e assistenza a chi sceglie di farla finita, che per contenere la spesa sociale.
La clinica è abitata da personaggi eccentrici e problematici che hanno deciso di affidare la propria morte ad altri, per i motivi più disparati: c’è il signor Vidal (interpretato magistralmente da Bouli Lanners) che ha perso la moglie da due anni, ad una partita di poker; la signora Zaza (Zazie De Paris in una memorabile interpretazione), cantante lirica che non può più cantare per via di un cancro ai polmoni; una giovane fanciulla affetta da una grave malattia respiratoria; un ragazzo patito di softair che tenta invano il suicidio dall’età di sette anni (Virgile Bramly protagonista di sequenze esilaranti oltre che sceneggiatore); un ometto stremato dalle battaglie legali legate all’eredità del padre (un fastidiosissimo Benoît Poelvoorde).
La procedura è semplice: il dottor Kruger seleziona i pazienti, questi vengono ospitati nella clinica, esprimono e vedono realizzarsi il loro ultimo desiderio per poi addormentarsi dolcemente e consapevolmente.
Tutto sembra filare liscio fino a un certo punto, fino a quando i pazienti della clinica si trovano coinvolti, loro malgrado, in un incendio doloso appiccato da ignoti. Perché non è tanto il morire che interessa a queste persone, ma la sensazione di potere che dà l’idea di decidere quando, come e dove farlo, l’illusione di poter decidere il proprio destino, di giocare la carta del libero arbitrio. Gli aspiranti suicidi passano dal litigare per chi debba avere la precedenza nella scaletta delle morti assistite, a lottare con le unghie e con i denti per la propria sopravvivenza. La loro vita e quella degli infermieri della struttura è infatti messa in pericolo da una serie di surreali omicidi messi in atto, probabilmente, da alcuni abitanti della zona che disapprovano e boicottano i metodi del dottor Kruger. Così il montaggio si fa più serrato e le inquadrature grandangolari prendono il sopravvento, rendendo la visione più concitata e disturbata. Tutti, perfino il lucido e professionale dottor Kruger, reagiscono a queste aggressioni da parte della società esterna alla clinica in maniera irrazionale, rocambolesca e spiazzante.
Ed è a questo punto che il film inizia a prenderti a schiaffi in faccia, è qui che il bianco e nero, l’assenza di una colonna sonora (fatta eccezione per qualche sporadico e spassoso intermezzo canoro della cantante depressa) e la camera a spalla diventano i veri protagonisti e palesano quella claustrofobia e repulsione, latenti già dalla prima inquadratura, che infondono un senso di nausea crescente. Il sangue in bianco e nero è ugualmente pulp, ma più discreto, forse a colori quel senso di nausea sarebbe stato insostenibile. È un film nero, ma non cupo, pulp non splatter, disgustoso, ironico, grottesco ma mai ridicolo. Si ride fino alla fine, “perché non c’è niente di più comico dell’infelicità altrui”.
Se lo scopo era quello di fornire uno spunto di riflessione su un argomento che è ancora oggi considerato uno dei più misteriosi e affascinanti tabù, lanciare una scheggia impazzita, spiazzare lo spettatore senza prenderlo in giro e ricordargli che da un film ci si può aspettare qualcos’altro, l’esperimento di Barco è senza dubbio riuscito.
Consigliato a chi ama stupirsi e non teme le notti insonni.
Premiato al Festival Internazionale del Film di Roma col Marc’Aurelio d’Oro al miglior film.

Curiosità: il film avrebbe dovuto chiamarsi Dignitas, proprio come la clinica svizzera, ma il proprietario, l’avvocato Minelli, ha minacciato di bloccare il film se avessero usato il nome della sua clinica.
Se il Premio Marc’Aurelio sorprende, quello che non stupisce è il numero di copie distribuite (21) e l’incasso irrisorio (poco più di 42.000 euro).

Se volete dare un’occhiata al sito ufficiale del film potete farlo cliccando qui.

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