PROZAC NATION

recensione di nicolò favaro

regia: Erik Skjoldbjærg

produzione: usa/germania 2001

interpreti principali: Christina Ricci, Jason Biggs, Jessica Lange, Michelle Williams, Anne Heche, Jonathan Rhys Meyers, Lou Reed

durata: 95′

Strana storia questa di Prozac Nation. Un bel film disperso, non si sa bene per quale motivo. Un cast azzeccato, una regia precisa e attenta, una storia coinvolgente e straziante, ma un film mai distribuito in sala, né negli Stati Uniti né tanto meno in Italia. Eppure gli ingredienti ci sono tutti. Christina Ricci perfettamente calata nella parte e che, oltre a concedere il suo primo nudo integrale, ci regala attimi di intensità mai raggiunti prima, Michelle Williams ancora in epoca Dawson’s Creek ma già matura, Jessica Lange in una prova attoriale precisa e mai sopra le righe, un cameo di Lou Reed che lascia il segno.  Un film con tutte le carte in regola quindi, ma a quanto pare non sono bastate.

La storia parla di Lizzy (una fragile ed odiosa Christina Ricci, anche produttrice) ragazza talentuosa con lo scrivere, vincitrice di una borsa di studio ad Harvard, che cade “prima lentamente e poi di colpo” in una spirale di depressione, droghe e psicofarmaci. I suoi genitori hanno divorziato quando lei aveva due anni e Lizzy ne porta ancora le cicatrici. E le piace portarle. Viziata, spocchiosa, terribilmente umana. Ci si affeziona ad un personaggio scontroso e scomodo, figlia di una media borghesia in disfacimento. Lizzy ha il cuore sensibile e la bocca impertinente, Lizzy soffre e le sembra di essere incompresa dal mondo e dalla parte di sé più razionale. Siamo nella seconda metà degli anni ottanta, Lizzy si crede forte, sa di essere fragile, ma non sa quanto. Come gli Stati Uniti, come il periodo Reganiano, come il mondo appena sconvolto da nuove droghe e farmaci sintetici. Una passione profonda per lo scrivere e una paura altrettanto viscerale per il proprio lato oscuro. Lizzy è la parabola del mondo a venire, dell’assenza di ragioni e del perpetuo perdersi degli anni zero. Poco importa che il film sia tratto da una storia vera, ogni storia ha una verità da raccontare. E questo film parla al mondo e al suo contorcersi, parla all’individuo e al suo continuo cercare, parla del non trovare come scopo di vita. Non capisco, o meglio, capisco ma non mi capacito di come questo film sia stato dimenticato, epurato, dissolto. Un film disturbante ma non disturbato, lucido nel suo mostrare un individuo nella sua perdita, poco empatico ma drasticamente generazionale. Prozac Nation è la fotografia di quello che siamo e di quello che verrà. Invecchiato benissimo, anche se ha undici anni non li dimostra e potrebbe tranquillamente essere distribuito oggi e nessuno si accorgerebbe della sua data di produzione. Forse è stato semplicemente un film sfortunato, un film impossibile da far uscire nel 2001, all’indomani delle torri gemelle, proprio quando l’America si è trovata di nuovo ad affrontare i suoi spettri e ad un drastico bisogno di psicofarmaci per placare i suoi dolori. O forse perchè un film di tale portata non ha bisogno di un consumo immediato ma di un lento stratificarsi, per assorbire l’urto, per poter essere apprezzato. Lizzy è ciò che siamo stati e quello che saremo, tutto l’amore del mondo non basterà a salvarla perchè non vuole essere salvata. Ad ogni dimostrazione d’affetto la sua reazione equivale a quella opposta e contraria, le piace sputare nel piatto dove mangia.  Un film doloroso, che va recuperato assolutamente.

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