OSCAR, the day after

articolo di alessandro zorro zorzetto

Delusione e tristezza. Queste sono le sensazioni che restano addosso alla fine dell’ottantaquattresima cerimonia degli Oscar del cinema. Mai come quest’anno tutti i pronostici sono stati ingiustamente rispettati e la maggior parte dei partecipanti ha avuto il contentino necessario. Oscar accomodanti e politicamente corretti quindi, ma, a mio parere, molto molto molto discutibili artisticamente.

Andando con ordine, dopo la solita interminabile sfilata del red carpet, anche questa senza grosse sorprese se non per un Sacha Baron Cohen (il baffuto Borat giusto per capirsi…) che vestito da generalissimo con tanto di sexy soldatesse a lato ha sparso delle ceneri (finte) addosso ad un giornalista per essere poi “rimosso forzatamente” dai buttafuori della manifestazione… non si è ben capito il senso di tutto ciò ma tantovale…

Le redini della serata sono state affidate, per la nona volta, ad uno splendido Billy Crystal, capace di far ridere davvero pur restando nei limiti dei ritmi classici imposti dalla manifestazione. Le battute erano studiate a puntino, le improvvisazioni meritevoli, i video di presentazione e accompagnamento molto ben fatti e autoironici, come sempre da una decina d’anni a questa parte. I vari premianti sono stati impeccabili (da sottolineare Angelina Jolie e il suo spacco stile Belen) e finalmente anche gli stati uniti sembra si siano accorti della grandezza del Cirque du Soleil, chiamati per un mini balletto qui dopo il recente super bowl.

Insomma, tutto è andato per il meglio attorno alle premiazioni, ma sono proprio queste la note dolente della serata. Iniziamo dai 5 oscar tecnici dati a Hugo, chiaramente un contentino concesso ad uno Scorsese chiaramente deluso da tutto ciò. La cosa peggiore è che così facendo la giuria ha “tolto” un paio di premi a chi relamente li meritava, come nel caso della fotografia di Lubezki per The tree of life o per le musiche a John Williams. Nella testa dei giurati probabilmente questi riconoscimenti dovrebbero compensare la mancanza di premi più importanti per Martin Marcantonio Scorsese (con 10 nomination in carriera fra film e regia e 1 sola statuetta vinta) eppure riescono a scontentare un p0′ tutti. Da buon patriota non posso che gioire però per gli scenografi Ferretti-Lo schiavo, 3 oscar all’attivo e ormai ritenuti tra i migliori scenografi viventi.

Poi troviamo altri premi scontatissimi e dati più “alla carriera” piuttosto che alla singola interpretazione. Troviamo quindi l’82enne Plummer come miglior attore non protagonista, una carriera lunghissima condita da questa ottima ciliegina. Miglior sceneggiatura originale a Woody Allen, non presente in sala quarta statuetta per lui, terza in questa categoria. Avrebbe meritato spesso qualcosa di più con le sue pellicole, ma è già tanto per l’academy premiare un comico, non tiriamo troppo la corda quindi. Miglior sceneggiatura non originale a Paradiso Amaro, uscito con le ossa rotte dalla serata se non per questo contentino. Altri premi ormai dati per assodati erano il miglior film straniero per A separation, milgior attrice non protagonista per Octavia Spencer per The Help, il film d’animazione Rango, anche se personalmente avrei preferito una scelta meno scontata come Chico&Rita.Comunque ci può stare, proprio come ci può stare che non vinca Glenn Close (sigh!) ma Meryl Streep, 3 Oscar in carriera e 17 nomination, record della manifestazione. La Close e la Streep se la giocavano alla grande con due interpretazioni trasformiste (la prima interpretava un maggiordomo, la seconda la lady di ferro Thatcher).

Le noti dolenti arrivano alla fine, per i premi che contano, con queste 5 statuette che consacrano come vincitore assoluto il film muto e in bianco e nero The Artist, il suo attore protagonista e il suo regista, lasciando completamente a bocca asciutta George Clooney, Brad Pitt ma soprattutto Terrence Malick e il suo The tree of life. Non che The Artist sia un brutto film, anzi, la pellicola è buona e leggera, ben diretta e ben interpretata. Ma di certo non da oscar, soprattutto se paragonata al capolavoro di Malick. Trama, fotografia, interpretazioni dei protagonisti surclassano alla grande questo film che, inspiegabilmente, ha fatto innamorare giuria e gran parte del pubblico. La cosa che più mi infastidisce è che pochi anni fa un’altra pellicola aveva provato lo stile muto e b/n, lo sconosciutissimo al grande pubblico Dr. Plonk. Anche questo senza grandi nomi, australiano, ha una trama molto più ricercata e divertente di The Artist, storia abbastanza banale e con molti rimandi più o meno velati che vanno da Ballando sotto la pioggia a Radio days. La differenza tra questo e Dr. Plonk sta evidentemente nella distribuzione della pellicola, che, fatta passare per un piccolo caso culto e di nicchia, a ben vedere ha alle spalle la Warner Bros e The Weinstein Company. Non proprio l’Australian Film Finance Corporation diciamo….
Purtroppo, tutto era già stato detto e deciso, questa doveva essere la rivelazione dell’anno e così è stato. Poco importa il resto, onore ai vincitori e i cocci sono suoi. Ma la sensazione che una buona strategia commerciale ha la meglio sui veri valori artistici è forte e ricorda la puzza blu lasciata da un certo Avatar…

ps: se vi è piaciuta da morire l’interpretazione del cagnolino di The Artist, sappiate che c’è anche in Dr. Plonk. Per dire…

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