IN UN MONDO MIGLIORE

recensione di giorgia favaro

regia: Susanne Bier
produzione: Danimarca/Svezia 2010
interpreti principali: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen.
durata: 113′


Dopo una giornata pesante e confusa, vedere un film dal titolo “In un mondo migliore” mi è sembrata la cosa più giusta da fare. E poco è importato poi scoprire che la pellicola in realtà appartiene alla categoria “Film bellissimi col titolo tradotto malissimo”, visto che se non il mondo intero, almeno la mia serata l’ha resa migliore.
“Haevnen”, questo il titolo originale, in danese significa “vendetta”, termine che richiama l’inglese traduzione di “paradiso” ovvero “heaven”, ed è quindi difficile capire da qui come si sia arrivati al titolo italiano. Ma come ho detto, poco importa.
La regista danese Susanne Bier ci racconta in modo potente e viscerale una storia intensa, che porta ad intrecciare i destini di due ragazzi e delle loro famiglie. Parliamo di Christian, dodicenne dallo sguardo cupo e imperscrutabile come il suo animo, sconvolto dalla recente morte della madre, trasferitosi con il padre in Danimarca per lasciarsi alle spalle il passato, o almeno, per provarci. Qui diventa compagno di banco e di vita di Elias, dal sorriso solare e imperfetto, e dal carattere dolce e fragile, per questo emarginato e deriso dai suoi compagni. Due solitudini complementari che si incontrano, danno presto vita ad un’amicizia profonda e piena di contrasti, di buio pesto e di luce soffusa. Luce meravigliosa che si riflette nei paesaggi: cieli, pianure, laghi, boschi e mulini a vento che colti nella loro inconfutabile bellezza, emergono, come Na tura detta, ad intervalli lenti e regolari per ammansire il nero che domina le vicende umane narrate.
Tradimento, abbandono, violenza, voglia di vendetta, rabbia e perdono vengono invece portati alla luce con una sensibilità disarmante, intima e sincera, all’interno di un contesto complesso che affiora attraverso colpi di scena e dejavù.
Ritroviamo un po’ di noi stessi nelle storie dei genitori dei due ragazzi, nei dolorosi dubbi etici vissuti da Anton, medico in un campo di profughi africani, in quelli sulla fiducia e sull’amore affrontati da sua moglie Marianne, e nelle domande sulla vita e il suo scopo che si pone il padre di Christian, vedovo e solo.
Allo stesso modo, ci troviamo a provare tenerezza per Elias “faccia di topo” e per Christian occhi di ghiaccio, a biasimarli e capirli al tempo stesso, e a sentire nostalgia e rimpianto per quegli abbracci infantili lunghi, spontanei e totali che a mio parere, sono i protagonisti indiscussi del film.
Pur non avendone mai sentito parlare prima, e non sapendo quindi che “Haevnen” avesse vinto Oscar e Golden Globe come miglior film straniero nel 2011, non ne sono affatto rimasta stupita.
Ma anche senza premi e riconoscimenti, ve l’avrei consigliato lo stesso. Buona visione.

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