I QUARTIERI

intervista di marta freddio

Il 24 settembre scorso usciva per la 42Records il primo EP dei Quartieri, Nebulose, sei tracce di musica proveniente dallo spazio e parole di inaspettata delicatezza. Un disco sull’amore mancato, sui sentimenti che si dissolvono in pensieri liquidi che sono difficilmente definibili. Eppure loro ci riescono con chitarre leggere, passaggi di synth e una voce che punta all’infinito con la grazia della poesia.
Chi sono i Quartieri? Un gruppo travestito da cantautore?
SempreLaStessaStoria li ha intervistati.

Partiamo dal vostro nome I Quartieri: se voi tre insieme foste un quartiere di Roma quale sareste e perché?
Potremmo essere Testaccio o Piazza Vittorio ma ci riesce difficile identificarci con un determinato quartiere di una determinata città.

Il vostro primo EP, Nebulose, sembra esplorare, sia a livello musicale che di parole, mondi introspettivi e rarefatti, qual è il vostro approccio alla composizione?
Non abbiamo un metodo preciso. Per ogni canzone c’è un percorso diverso e un’idea chiama l’altra. Le circostanze in cui ci siamo trovati a comporre ed arrangiare musica sono cambiate spesso ma mediamente nasce tutto sul computer, da un ritmo o un giro di accordi. Oppure nasce prima una melodia, a volte un testo. Si buttano giù le strutture e poi pensiamo a scremare, a togliere tutto il superfluo. Prima addizione e poi sottrazione.

Nei testi si percepisce lo scorrere del tempo come qualcosa che separa, quando si arriva alla consapevolezza di essere due “universi diversi”?
Il tempo è necessariamente qualcosa che separa, più che altro è qualcosa che definisce la dimensione reale delle cose in maniera perentoria. Nel caso della canzone Nebulose il tempo è la misura di una doppia consapevolezza: da una parte c’è un legame inevitabile, dall’altra una relazione che non può più andare avanti. Solo il tempo può smascherare la realtà e questo non vale solo per le relazioni. Il tempo è capace di consolidare così come di separare.

Di cosa avete bisogno per essere felici?
Di niente in particolare, fondamentalmente abbiamo bisogno di non essere infelici. Credo che la felicità sia una condizione che viene prima dei possibili motivi per i quali uno dovrebbe sentirsi felice. Bisognerebbe cominciare a fare qualsiasi cosa con l’essere felici, senza avere bisogno di un motivo preciso per esserlo e continuare a farla senza troppe aspettative perché le delusioni sono sempre dietro l’angolo quando ci si aspetta qualcosa. Meglio lasciarsi sorprendere dalle cose belle piuttosto che aspettarle come qualcosa di dovuto.

Ci fate una playlist delle cinque canzoni che ascoltate di più ultimamente?
Once in a life dei Talking Heads, You are here di John Lennon, Ritual union dei Little dragon, Bats in the attic di King Creosote & Jon Hopkins e Idioteque dei Radiohead.

Heroes, Roma come New York, ci dite qualcosa di questo progetto di cui fate parte?
Heroes propone dei live molto interessanti e ben organizzati, band molto diverse tra loro. Ci ha fatto molto piacere il loro invito. In realtà il concerto che dovevamo fare è saltato a causa della neve a Roma e credo che lo recupereremo in futuro.

La vostra musica si colloca a pieno titolo fra il miglior cantautorato italiano ma ugualmente ci ricorda anche alcuni momenti strumentali dei Radiohead di Ok Computer e i cori dei Gorillaz, avete uno stile di riferimento?
Di sicuro i Radiohead come i Gorillaz sono tra le cose che amiamo di più. Prima di scrivere e suonare musica ne ascoltiamo tanta. Ma sono così numerosi i dischi e gli artisti che ci piacciono che non ne usciremmo vivi… Più che uno stile di riferimento abbiamo un’idea di musica che proviamo a mettere in pratica. Cerchiamo di fare buone canzoni con i suoni che riteniamo belli e che ci ispirano.

Ci consigliate un film?
Ve ne consigliamo più di uno! Il Processo, La ricotta, La camera verde, 900, a life in a pictures, un bellissimo film documentario su Stanley Kubrick.

Una domanda stupidina: che avete fatto in questi giorni di neve a Roma?
Fabio: ho passeggiato e bevuto porto
Marco S.: ho studiato come un matto!
Marco P.: ho scritto una canzone, ho disegnato e realizzato un video. Non ho dormito.

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