LA RAGAZZA SUL PONTE

recensione di francesca chiappalone

Titolo originale: La fill sur le pont

Regia: Patrice Leconte

Produzione: Francia 1999

Interpreti principali: Daniel Auteuil, Vanessa Paradis, Luc Palun

Durata: 90′

All’inizio del film, tra i titoli di testa, compare Adele. Racconta di sé ad una voce fuori campo, ha un sorriso incerto e gli occhi da cerbiatto. Contate giusto qualche secondo e ve ne sarete già innamorati. Giusto il tempo di vederla su quel ponte e di capire che lei è la fanciulla in pericolo e quella che state guardando è quasi sicuramente una favola.
Ci siamo, è stato ammesso, è una favola, una storia d’amore, uno di quei film in cui i due protagonisti, separati, sono tristi, depressi e pure un po’ sfigati, e quando invece sono insieme tornano a sorridere e ad illuminarsi a vicenda. Uno di quei film in cui, quando tutto sembra ormai perduto, arriva qualcuno a salvare quello che c’è ancora da salvare. Così su quel ponte arriva Gabor che le dice «Lei mi sembra una donna che sta per commettere uno sbaglio» e voi, intanto, sarete di nuovo là a contare.
Sì, perderete la testa anche per lui.
Patrice Leconte (L’uomo del treno, Confidenze troppo intime, Il mio migliore amico) gira un film che ottiene senza fatica un posto tra quelli più romantici e impossibili degli ultimi vent’anni. Un film impossibile perché costruisce l’ennesima storia d’amore su elementi che oscillano tra la realtà e la fantasia pura, perché porta avanti e difende un sentimento che è fatto di dolcezza, paura e Che fortuna averti trovato, lontano dai cinici e dai Maledetto il giorno in cui ti ho incontrato.
Il regista, con tutto quel destino avverso e con quegli occhi da cane ferito, rischia di cadere in un burrone pieno di miele, eppure si salva sempre. Questo perché La ragazza sul ponte è un film fortunato, oltre che impossibile, e può contare su tre armi che, insieme, lo rendono bello e portatore di un inevitabile masochismo delle emozioni, se confrontato con la realtà che ci circonda.
Prima di tutto c’è Daniel Auteuil, un lanciatore di coltelli che trova le assistenti per il suo lavoro proprio sui bordi dei ponti, dove non c’è più via d’uscita, donando a loro una seconda possibilità e a se stesso il tentativo di farcela, o quantomeno di sopravvivere.
Poi c’è Vanessa Paradis, quella che sgrana gli occhioni, che mostra la sua deliziosa fessura tra i denti e porta, nella vita di Gabor, una sorprendete fortuna. Arrivano il successo, i viaggi, la fiducia, quel fremito che per lui sarà anche fonte di preoccupazione e sguardi scuri, tutto con lei.
Infine, l’ultima arma del regista, l’uso del bianco e nero, così la forza della suggestione onirica aumenta e la vicenda si allontana dalle tipiche dinamiche della love story melodrammatica. Chi se ne frega di dove si trovano e di quante persone hanno intorno, e se un coltello taglierà Adele non sono certo loro due a chiederselo.
Sta in questo la bellezza del film, in un nodo che lega i due personaggi da subito, nella telepatia che assurdamente si innesca tra le loro menti e che li porta a sussurrarsi da lontano frasi come Potreste dirle di non guardarmi in quel modo, nella metafora perfetta del lanciatore di coltelli e della sua assistente.
Perché, forse, nella vita vera, Adele continuerebbe a rimbalzare sugli uomini sbagliati e a collezionare tristezza, invece con Leconte può permettersi di sorridere, di farsi prendere a coltellate senza paura, di farsi salvare e salvare.

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