La Signorina O. (Onironautica)

una storia romantica

di fabio torrico

Era assolutamente certo d’essere solo, adesso, eppure, dopo una breve riflessione, optò per effettuare un controllo più accurato.
Affacciandosi prudentemente dal pianerottolo, vide la scala, deserta, dipanarsi nella penombra come un ventaglio semiaperto.
Rassicurato, fece ritorno nel suo appartamento e dopo aver fatto scattare serratura e chiavistelli, decise che era giunto il momento di concentrarsi sul bersaglio.
La stanza era impregnata dell’odore dei prodotti chimici impiegati per lo sviluppo e la stampa delle foto in bianco e nero, ma lui era così avvezzo a quella pungente mistura da non percepirne più la presenza nell’aria.
Lungo tutto il corridoio, fili di ferro erano stati ancorati alla meglio, fogli di carta assorbente posizionati sotto di essi; una lunga fila di fogli di carta fotografica di medio formato, mantenuti distesi dalle mollette dotate di un’apposita zavorra si asciugavano appesi ad essi come una piccola colonia di pipistrelli, facendo trasparire solo di sbieco le immagini in essi imprigionate.
Lui, che era avvezzo a rispondere al nome di Francesco, riteneva che le fotografie digitali fossero intrinsecamente pericolose in quanto tracciabili, ipotizzava che ogni qualvolta queste venivano trasferite dalla memoria dell’apparecchio fotografico a quella del computer, invisibile occhi indiscreti potessero sbirciarle.
Un rischio che, evidentemente, non poteva concedersi il lusso di correre, anche in ragione dell’assoluta riservatezza che caratterizzava la sua principale occupazione, qualunque essa fosse.
Si stava preparando per un sortita e controllava la sua attrezzatura: Nikon, ottiche, rullini, batteria di ricambio per l’esposimetro e treppiede compatto.
Era ancora giorno ma contravvenendo ad una delle regole basilari, Francesco aveva deciso di uscire comunque.
Si era detto che se in questo frangente le cose fossero andate come auspicava, il giuoco valeva ben la candela.
Fu così che dopo aver effettuato due ulteriori verifiche (errare è umano) indossò gli occhiali da sole di modo tale che il ponticello della montatura fosse più aderente possibile al setto nasale e, dopo essersi calcato il cappello sulla fronte, uscì.
Essendo il pianerottolo già poco luminoso, nonostante fosse solo primo pomeriggio, con indosso gli impenetrabili occhiali da sole, dovette faticare non poco per trovare, quasi a tentoni, l’interruttore della luce che gli permettesse di avventurarsi cautamente per le scale.
Un gradino dopo l’altro, raggiunse il sesto piano, poi il quinto, il quarto, ripetendo a se stesso “sin qui tutto bene”.
Giunto che fu al terzo, però, l’illusione dell’impunità si infranse di colpo; stava proprio per incamminarsi verso la rampa che lo avrebbe condotto al secondo piano, quando sentì distintamente il sibilo dei cordami metallici, in concomitanza con lo scricchiolio della gabbia, aprirsi una strada nel silenzio: qualcuno aveva azionato l’elevatore.
“Maledizione” si disse.
“Vengono per me” “E quello che è peggio”
E qui fece una pausa, e se i pensieri facessero rumore, si sarebbe udito anche un sospiro.
“Che tutto il nuovo materiale è in bella vista sul corridoio”.
La mente di Francesco, duttile, ben “calibrata” per fronteggiare simili avverse circostanze, elaborò celermente la gamma delle possibili soluzioni e, nello spazio d’un battito di ciglia, scelse quella più efficace.
Si precipitò in fondo al corridoio e lì, con una robusta spallata, fece scattare la serratura a pressione della porta che dava accesso alla scala anti incendio; si credeva in salvo, ma quando si trovò all’aperto, anche se il cielo era velato, la luce diurna, come sempre accadeva, lo ferì nel profondo, togliendogli quasi il respiro, facendolo sentire come una creatura acquatica che fosse stata eradicata brutalmente dal suo elemento naturale.
Boccheggiando, con uno sforzo sovraumano riuscì ad ascendere faticosamente, fino a trovarsi dinnanzi alla finestra, saldamente chiusa dall’interno, del suo alloggio.
Francesco a questo punto avrebbe dovuto prepararsi a sfondarla dall’esterno se desiderava rientrare senza ulteriori indugi, ma il dolore e l’affanno si erano fatti nel mentre insopportabili.
Cedette, stramazzando sugli scalini metallici della scala di sicurezza, il corpo adagiato in modo scomposto, che lasciava intuire possibili fratture dovute alla caduta.

Casa.
Francesco era nel suo letto, un sapore indescrivibile in bocca e le note di “La vie en rose”, cantata dall’intramontabile Edith Piaf che risuonavano per la stanza, benché Francesco, almeno a quanto ricordava, non disponesse di alcuno strumento per la riproduzione musicale, neppure una vecchia radio a transistor.
Oramai non si domandava più come fosse possibile questo, dal momento che era certo di aver vissuto questa medesima situazione forse qualche decina di volte.
Altre erano le sue preoccupazioni.
Una su tutte: le foto!
Sollevò il busto, trasse un profondo respiro e scese dal letto, scalzo e con indosso il pigiama bluette (altra bizzarria), regalatogli dalla sorella anni addietro.
Il contatto tra la pianta dei piedi scalzi ed il parquet, benché fosse piacevole di per sé, contribuì ad accrescere la sensazione di smarrimento.
Tutto vano.
Le foto erano scomparse.
Ancora una volta.
Nessuna traccia neppure dei fili metallici predisposti per far asciugare i fogli di carta fotografica dopo averli immersi nella soluzione di fissaggio, né tanto meno tracce di umidità sul pavimento.
Di chiunque si trattasse, era maledettamente abile del ristabilire l’ordine.
Francesco, che già sapeva che aprendo la vecchia credenza, attualmente adibita ad armadio, avrebbe trovato tutta la sua attrezzatura da camera oscura in perfetto ordine, tornò nella stanza da letto e, dopo aver indossato ciabatte e vestaglia, si munì di binocolo e si accomodò sulla poltrona posta dinnanzi alla finestra.
Sarà stato all’incirca primo pomeriggio di un giorno plumbeo e Francesco, appoggiato il binocolo sul davanzale, si concesse una pausa stroppicciandosi le palpebre serrate con i polpastrelli, quasi a voler, con quel gesto, esorcizzare la stanchezza.
Non appena ebbe riaperto gli occhi, la vide.
La Signorina O., della quale il mistero Francesco si adoperava da tempo immemore per svelare.
Indossava, come sempre, un tailleur che a lui faceva pensare al personaggio di Ilsa Lund Laszlo in “Casablanca” , antiquato ed impeccabile.
Camminava in fretta, passo deciso e disinvolto a dispetto dei tacchi fuori misura.
“Un dettaglio stonato, quelle scarpe” pensò Francesco.
Prontamente, allungò il braccio sinistro e afferrata la Nikon, già carica e con il tele montato, si adoperò per comporre l’inquadratura al meglio delle sue possibilità.
Quindi scattò, in rapida sequenza.
Per 37 volte il “click” dell’otturatore fu l’unico suono percepibile nella stanza, tanto era silenziosa adesso.

Finito un primo rullino, Francesco, con mano esperta lo sostituì senza quasi avere il bisogno di supervisionare con lo sguardo alle operazioni che stava compiendo, tanto era assorto nel seguire Lei.
Per alcuni, interminabili, minuti uscì dal suo campo visivo e Francesco temette che per oggi se ne fosse andata; poi finalmente eccola tornare sulla scena, con indosso il medesimo completo ad eccezione di un dettaglio, il copricapo.
Lei adesso ne indossava uno di foggia antiquata, ed il viso era nascosto da una spessa veletta che lasciava soltanto intuire il bel sembiante.
Francesco, il cui stato d’animo, se fosse stato possibile paragonarlo ad un determinato periodo dell’anno, era mutevole come una giornata d’inizio primavera, ed alternava l’euforia derivante dall’aver ristabilito il contatto visivo al malumore per essere impossibilitato a cogliere i dettagli del suo viso, abbandonò la sua postazione desideroso di sciacquarsi il viso alla toilette, per schiarirsi la mente.
Entrò e chiuse, come d’abitudine, la porta dall’interno, anche se abitava da solo.
Stava asciugandosi il viso, quando sentì un rumore, ovattato, provenire dall’anticamera.
Con il cuore che batteva come un martello, Francesco afferrò maldestramente l’unico oggetto che gli parve essere atto ad offendere che era alla sua portata, ossia un paio di vecchie forbici arrugginite, ed uscì dalla toilette più silenziosamente che poté.
Si fermò, trattenne il respiro per meglio udire.
Passi.
In camera adesso, sembravano venire da vicino alla finestra.
Impugnando le forbici come aveva visto fare al personaggio di qualche film noir, Francesco si appiattì più che poté contro la parete e adagio entrò in camera.
Un figura si intuiva essere presente sulla sua poltrona.
La serratura della porta d’ingresso, vecchia e rumorosa, di sicuro non era scattata e le finestre erano bloccate con delle assi chiodate, eccetto quella dell’anticamera di fronte alla scala anti incendio che era solo chiusa con un robusto chiavistello e quella, appunto, di fronte alla poltrona, che era reputata “inattaccabile” poiché tra il davanzale della stessa ed il marciapiede però c’erano almeno trenta metri.
Francesco, chiamando a raccolta tutto il coraggio del quale disponeva, balzò in avanti con l’intento di rovesciare la poltrona prendendola dallo schienale per trovarsi in un posizione di vantaggio rispetto all’intruso.
La manovra riuscì con insospettabile efficacia.
Un tonfo, violento, sul pavimento.
Francesco, frastornato e dolorante, era riverso a terra, dopo essere stato sbalzato con violenza dalla sua poltrona e ancora confuso ed incapace di realizzare cosa stesse accadendo, vide se stesso, in piedi, sovrastarlo minacciandolo con un paio di forbici incrostate di ruggine, che gli pareva di rammentare dovessero trovarsi alla toilette, vicino alla specchiera.

Dissolvenza in nero.

Il sole filtrava timidamente attraverso le spesse tende che adornavano la camera n.99 della Casa dei Risvegli.
Il rumore ritmico e sordo emesso dal respiratore artificiale ottundeva il “bip” prodotto dal biomonitor nonché il respiro lieve di Ornella, la compagna di Francesco che da oltre quattro settimane aveva trascorso quasi ogni notte accanto al suo letto.
Vicino al comodino, un piccolo stereo portatile era stato appoggiato contro la sponda del letto.
Ornella, attenendosi alla indicazioni dei sanitari, faceva ascoltare al “dormiente”, brani musicali scelti tra quelli favoriti, nel tentativo di scuoterlo dal suo marmoreo sonno.
Per quanto la cosa costituisse un tal cliché da far sorridere anche lei, che era inguaribilmente incline al romanticismo, la “loro canzone” era “La vie en rose”.
La sera precedente Francesco aveva avuto una crisi che aveva fatto temere il peggio, ma poi le sue condizioni erano migliorate spontaneamente.
Ornella si era addormentata all’alba, con la mano sinistra ancora stretta a quella dell’amato.
Un sussulto del polso, accompagnato da uno stridulo allarme acustico proveniente dagli apparecchi che sorvegliavano le funzioni vitali, lacerò la quiete.
Ornella si riscosse ed impaurita, si levò in piedi liberando per un attimo la mano da quella del compagno.
Francesco si era svegliato.
Lacrime di incertezza gli velavano gli occhi ma si capiva al primo sguardo che la riconosceva.
Lui disteso, lei scossa da un tremito indominabile, erano di nuovo insieme.
Il tempo del sogno volgeva al termine, tornando ad affermarsi il fluire della vita.

Dissolvenza verso il bianco.

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