SUBMARINO

recensione di nicolò favaro

regia: Thomas Vinterberg

produzione: Danimarca/Svezia 2010

interpreti principali:  Jakob CedergrenPeter PlaugborgPatricia SchumannHenrik StrubeHelene Reingaard Neumann

durata: 105′

Tragedia, ecco cosa ho pensato appena finito di vedere questo film. Tragedia in senso classico, con tanto di prologo, episodi ed epilogo, ma senza un deus ex machina a risolvere la situazione. Siamo in Danimarca, nei sobborghi di Copenhagen, due fratelli pre adolescenti ne accudiscono un terzo neonato in vece di una madre alcolizzata. I due ce la mettono tutta, lottano, rubano latte in polvere per il piccolo, sopportano una madre che sviene dal troppo alcol e si piscia addosso. Ma il peso da portare è grande e anche loro decidono di prendersi una notte di libertà, fumando, bevendo e divertendosi a discapito di un tutto avverso. E qui arriva la prima bastonata. Il fratellino muore, probabilmente per l’incuria dei due. Scena straziante e straziata, repellente e scorretta. Salto temporale, Nick (il maggiore dei due fratelli superstiti), è uscito da poco dal carcere, conduce una vita monotona e ripetitiva, innaffiata qua e là da qualche sprazzo d’ira autodistruttiva e sesso occasionale con la vicina di casa. Ha un amore perduto alle spalle, Ana, e un amico debosciato da accudire. Entriamo nella sua vita un poco alla volta, partecipiamo alle sue disavventure in un accumularsi di eventi che porteranno ad un ennesimo fatto violento che coinvolgerà il suo amico e la vicina di casa. Altro salto temporale e passiamo alla vita del fratello di Nick (senza nome) che ha un figlio da accudire, è vedovo ed eroinomane. Ci prova, ma la dipendenza dalla droga è forte e rischia di perdere la custodia del bambino. La morte della madre dei due fratelli li fa incontrare nuovamente e una cospicua eredità, che Nick lascia in toto al fratello minore, pare risolvere la situazione, almeno in un primo momento. Infatti, da padre premuroso, pensa bene di investire l’eredità in droga da spacciare agli angoli della strada. Facile presagire la consequenzialità degli eventi. I due fratelli si incontrano nuovamente in carcere e l’ennesima tragedia farà capolino tra le sbarre.

Tragedia, dicevamo. Un fato avverso investe i due fratelli dalla prima all’ultima sequenza del film, li avvolge, li permea. A nulla valgono i tentativi di riscatto, a nulla serve il mondo esterno se non a procurare nuovi tagli e nuove cicatrici che non si rimarginano. Così come la mano di Nick ferita ed incancrenita da uno dei suoi attacchi d’ira, così come il braccio di suo fratello, piagato e livido dai buchi dell’eroina. Una fotografia glaciale, un montaggio austero, una regia a volte invadente ma che per la maggior parte del film risulta coerente e precisa. Magistrali le interpretazioni dei due attori principali e degna di nota la colonna sonora, minima ma efficace. Il rapporto tra i due fratelli è di sincera diffidenza, si vogliono bene, si cercano, ma non riescono a trovarsi. La tragedia che li unisce li divide, li condiziona, li separa dal reale e li rende sommersi, incapaci di affiorare nella vita concreta. Li allontana dalla società e li rinchiude nei loro rispettivi microcosmi, forse come nel sottomarino del titolo. I personaggi femminili del film non ci sono, o meglio, ci sono ma non vengono compresi. La madre alcolizzata, la vicina di casa sessuomane, la fidanzata perduta, la moglie morta, sono tutte facce di una medaglia che non prevede l’altra metà.

Facile individuare le colpe in una madre assente, in una tragedia che segna, in un mondo con gli artigli che non aspetta chi viene lasciato indietro, più difficile accettare il fatto che la possibilità di riscatto è attuabile, ma che esistono individui a cui non è concessa. Un film disperato, senza speranza e freddo. Forse troppo.

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