POETRY

recensione di marta freddio

regia: Lee Chang-dong
produzione: Corea del Sud 2010
attori: Da-wit Lee, Yong-taek Kim, Jeong-hee Yoon, Yu Junghee
durata: 139′

Come si scrive una poesia? Dov’è l’ispirazione che rende possibile la creazione?
Mija, interpretata da una straordinaria Yu Junghee che torna a recitare appositamente per questo film, cerca di dare una risposta a questi interrogativi iscrivendosi a un corso di poesia. Un gesto ingenuo forse, di quella bizzarra ingenuità che caratterizza Mija, una donna di sessantacinque anni che si muove con un’eleganza leggera, con un nipote adolescente e taciturno di cui occuparsi, un innato amore per i fiori e il sogno di saper scrivere poesie.
Parliamo di Poetry, film ispirato a un fatto di cronaca, quinta opera del regista coreano Lee Chang-Dong, che viene premiato a Cannes nel 2010 per la miglior sceneggiatura. Poetry è un film da guardare con pazienza, la stessa meticolosa pazienza che usa Mija nel cercare di guardare il mondo con altri occhi, perché è questo che le hanno detto al corso di poesia. E non è forse vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda? E allora Mija cerca di scoprirla persino in una mela e in tutto quello che riempie la sua modesta vita quotidiana, finché un giorno scopre che il nipote Wook (Lee Da-Wit) è coinvolto in una violenza di gruppo che ha causato la morte di una giovane ragazza.
Molto probabilmente se questo film fosse stato diretto da un altro regista sarebbe stato molto più morboso nella descrizione visiva degli avvenimenti, avrebbe mostrato e commentato molto di più di quanto invece Lee Chang-Dong non scelga di fare. E credo sia questo il segreto che rende il film perfetto, un capolavoro della cinematografia non solo asiatica. Le cose accadono come nella vita vera e non c’è dunque bisogno di drammatizzarle nella finzione, i personaggi sono soli nell’impossibilità di condividere e anche noi, al pari di loro, non possiamo far altro che intuire i loro sforzi e i loro drammi.
Ed è proprio insieme a Mija, mentre lei è dal medico, che veniamo a conoscenza della sua malattia: uno stadio iniziale di Alzhaimer, che tuttavia non sembra avere conseguenze nel film, Mija continua a recarsi al lavoro ogni giorno e a giocare a volano col poliziotto prima che faccia buio. Non stupisce che anche una malattia come questa sia trattata come un fatto privo d’importanza, perché in realtà ogni cosa è un frammento di vita che nel momento stesso in cui sembra implodere nel silenzio va invece costruendo il finale del film.
Quando Mija va nei campi per parlare con la madre della ragazza suicida finisce per dimenticare a causa della malattia il motivo della sua visita e resta lì, in preda alla dimenticanza e alla bellezza della natura, in uno smarrimento che sarà per lei l’inconsapevole scoperta della reale capacità degli occhi di vedere il mondo.

Poesia come catarsi, come se la perdita della memoria diventasse essa stessa una nuova possibilità di vedere le cose, poesia come mancanza, poiché Mija sente le parole venirgli meno ed è costretta a scriverle per mantenere vivo il contatto con il loro significato. Poesia come reazione a una realtà che è piegata all’utile e rappresentata nel film dai genitori dei compagni del nipote, i quali cercano di mettere a tacere la violenza commessa dai figli ricorrendo al denaro.
Esiste ancora la poesia?
Si, esiste. È nei film come questo, nella misura di una macchina da presa che rinuncia all’invadenza, in un’atmosfera rarefatta che evita qualsiasi ossessione estetica e non cerca drammi, non cerca lacrime, non cerca urla. Tutto è taciuto eppure tutto è chiaro.
Poetry è un film che racconta la vita. Un capolavoro.

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