IL NASTRO BIANCO

recensione di daniele papa

regia: Michael Haneke

produzione: Germania 2009

interpreti principali: Ulrich Tukur, Susanne Lothar, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Michael Kranz, Marisa Growaldt, Michael Schenk, Jadea Mercedes Diaz

durata: 144’

Haneke l’avevo conosciuto qualche anno fa, con il film La Pianista. Un’opera di un’estrema quanto austera ferocia, nel tratteggiare il complesso universo psicologico e sessuale della rigida insegnante di pianoforte Erika, supportata anche da una magistrale interpretazione dell’attrice francese Isabelle Hupper. Nel 2009 invece sbanca a Cannes con un’opera che mi ha lasciato un po’ interdetto, ma allo stesso tempo affascinato. Sto parlando di Il Nastro bianco: è ambientato in Germania alla vigilia della prima guerra mondiale in una piccola comunità rurale la cui routine è spezzata da episodi d’inspiegata e inusuale violenza. Quella che mette in scena il maestro austriaco, e che è divenuta colonna portante della sua poetica, è anche qui la rappresentazione del male, o meglio, della sua banalità: lo aveva già fatto con il suo Funny Games, dove una famiglia diviene vittima di una coppia di sadici all’Arancia Meccanica, ma ancora di più con il già citato La Pianista dove il male era invece dentro se stessi, era lo spleen esistenziale, e si declinava nel masochismo e nell’automutilazione.
Ed è un male che già infonde i suoi semi nei fanciulli di questo paesino, che interiorizzano gli elementi di una ferrea disciplina morale impartita dall’alto dei tre poteri: il potere della scienza, rappresentato dal medico, il potere temporale, incarnato nel barone-padrone e il potere spirituale, nelle vesti del parroco. Tutti e tre diventano un esempio di un modo di esercitare la forza legittima attraverso la violenza e il sopruso, soprattutto nei confronti delle donne, e modello attraverso cui relazionarsi agli altri che sarà poi introiettato da coloro che, un decennio più tardi, saranno chiamati a supportare la Germania Nazista.
Haneke non dà spiegazioni storiche sulle complesse ragioni della nascita del nazismo in Germania, ma propone soltanto il suo occhio critico verso ogni forma di totalitarismo, ponendo l’accento sul pericolo insito in principi rigidi e non contestualizzati che possono portare all’intolleranza e alle forme più nocive di autoritarismo. Lo fa grazie a una fotografia completamente desauturata che si risolve in un bianco e nero quasi bergmanniano, che ben si giustappone a quell’ideale di purezza, di visione totalizzante ed estetizzante dell’esistenza, che sfocerà nella folle ideologia del Terzo Reich: il nastro bianco appunto, che il pastore fa indossare ai suoi figli come emblema di una perfezione e splendore cui l’uomo, come nel mito di Icaro, tende e non arriva mai, se non schiantandosi contro la cruda terra o, peggio ancora, abbattendosi su coloro che non ritiene all’altezza di tali ideali.
Un film lento, ricco d’inquadrature fisse e quasi completamente privo di una colonna sonora, che non rendono certo scorrevole la visione: un’opera che quindi non emoziona ma, senz’altro, inquieta profondamente. È un film gelido, com’è fredda la rigida gerarchia della comunità, dove le relazioni umane sono divenute soltanto rapporti di forza e soprusi, senza alcuna traccia di empatia e sentimento. L’umanità che qui viene rappresentata è, in realtà, qualcosa di assolutamente inumano: i personaggi agiscono secondo meccanismi neanche animali, ma con logiche più vicine alle macchine, e probabilmente ben raffigurano il nucleo di quella società, ormai esausta e denaturata, che si preparava ad affrontare un periodo buio e indimenticabile.

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