IL PIANETA PROIBITO (Forbidden Planet)

recensione di fabio torrico

regia: Fred McLeod Wilcox

produzione : USA 1956

attori principali: Leslie Nielsen, Walter Pidgeon, Anne Francis.

durata: 98′

Correva l’anno 1956.
Un anno indiscutibilmente significativo, nel corso del quale, mentre la guerra fredda tra il blocco sovietico e l’impero americano proseguiva inesorabile, Elvis Presley muoveva i primi passi verso la celebrità ed a Melbourne si teneva la sedicesima edizione dei giochi olimpici, usciva nelle sale statunitensi, esattamente il primo di aprile, una pellicola destinata a lasciare un posto nella storia del cinema di fantascienza.
L’America degli anni 50′ è quella delle auto dai parafanghi cromati, di Bettie Page, un’ America apparentemente votata al più smaccato ottimismo nelle future sorti della nazione nonché dell’umanità intera (una volta sconfitta la minaccia comunista, ovviamente!) ma nel contempo pervasa da una certa di dose di ipocrisia, così pervicacemente intenta come era a celare le proprie fragilità dietro il sorriso smagliante della Pin Up del momento.
Quale migliore forma d’evasione allora, del sogno collettivo?
E la fantascienza, anche questo è.
Ma non solo; la fantascienza è sovente anche capace di anticipare i tempi, mostrando, magari in forma simbolica, quali saranno i futuri sviluppi della scienza, quella reale, in un domani prossimo e meno prossimo.
“Forbidenn Planet” è il primo film della storia del cinema, se escludiamo il leggendario “Viaggio nella luna” di Georges Méliès, del 1902, (uno dei “padri” del cinema stesso) , che però si proponeva d’essere la parodia di un’opera di Jules Verne, “Dalla terra alla luna”, in cui i personaggi protagonisti approdano sul suolo extra terrestre servendosi di un mezzo di loro costruzione.
Questo particolare potrebbe sembrare erroneamente trascurabile ma è al contrario decisamente significativo: denota l’acquisita fiducia da parte dell’umanità, reduce dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale, nelle proprie capacità.
Un fiducia ben riposta in questo particolare contesto: il 4 ottobre 1957, l’Unione Sovietica stupirà il mondo intero mettendo in orbita il primo satellite artificiale della storia, lo “Sputnik 1”, un oggetto poco più grande della sfera da pallacanestro; esattamente tredici anni e tre mesi dopo l’uscita nelle sale di “The Forbidden Planet”, esseri umani poseranno il tallone, per la prima volta nella storia, sulla superficie di un corpo extra terrestre , la Luna.
Ma torniamo alla nostra pellicola: si narrano le vicende di un “incrociatore interstellare”, il C57-D, inviato in missione esplorativa per appurare quale possa essere stata la sorte di un altro vascello, partito oramai quattro lustri prima e del quale non si sono avute più notizie, il “Bellerofonte”, alla volta del pianeta Altair IV, distante sedici anni luce dalla Terra.
Il comandate della spedizione, l’impavido (e dai capelli perennemente intrisi di brillantina, così come comandava la moda dell’epoca ) Capitano John J. Adams (un Leslie Nielsen appena trentenne) mentre il suo veicolo si sta avvicinando alla sua destinazione, riceve un inquietante avvertimento via radio, proveniente proprio dalla superficie del pianeta, da parte di un elemento superstite della precedente spedizione, il Dr. Morbius (Walter Pidgeon) che cerca di dissuadere l’equipaggio dall’atterrare sul pianeta, senza però addurre spiegazioni sulla natura della minaccia che li attenderebbe sulla superficie dello stesso.
Ovviamente, come ogni eroe degno di questo nome, lo sprezzo del pericolo non manca certo al fiero Capitano Adams, il quale decide dunque di proseguire come da programma.
Un volta giunti sulla desolata superficie del pianeta, i cosmonauti vengono raggiunti da un insolito veicolo pilotato da un prodigioso robot, rispondente al nome non troppo originale di “Robbie”, il quale li conduce presso la sfarzosa residenza del Dr. Morbius.
Ad attenderli, oltre al suddetto che si rivelerà essere, almeno all’inizio, un’ospite impeccabile, ci sarà anche la bella figlia di costui, Altaira (Anne Francis), che mai ha veduto altri esseri umani al di fuori dei suoi genitori in quanto cresciuta su Altair IV.
Il Dr. Morbius, interrogato dal Capitano in merito alla sorte dei suoi compagni, spiegherà che essi sono stati tutti annientati, poco dopo il loro arrivo, da un’inarrestabile forza planetaria, di origine misteriosa e che gli unici superstiti sono stati lui stesso, la di lui consorte, perita in seguito per cause naturali, e la loro bambina, all’epoca neonata.
In seguito alle indagini effettuate dall’equipaggio del C57-D, con la collaborazione del Dr. Morbius, si scoprirà in un primo momento come millenni prima il pianeta fosse abitato da una evolutissima specie aliena, i Krell, i cui apparati tecnologici ancora funzionanti sono tutt’ora presenti sotto la superficie del pianeta, ed in seguito, in un crescendo di suspense, anche che cosa è veramente accaduto all’equipaggio del Bellerofonte.
Nel mentre, come da copione, tra il prode Capitano e la graziosa Altaira, sboccerà l’amore.
Trattandosi di un film così datato, è palese come sia possibile, per chi non avesse ancora avuto occasione di vederlo, reperire con la massima facilità informazioni relative all’epilogo, nonché ad altri dettagli della trama che ho taciuto di proposito: il mio suggerimento però, qualora foste tra coloro che non lo hanno ancora veduto, è di non farlo e di godervi la proiezione senza conoscere questa informazione.
Vi attende, in questo caso, una gradevole sorpresa, perché la trama al suo compimento nasconde una piccola perla di originalità; basti dire che per l’occasione è stato scomodato il Dr. Sigmund Freud.
Il film presenta alcune analogie con un’opera shakespeariana, “La Tempesta”, e particolarmente degna di nota è la rilettura che viene fatta della figura di Calibano, essere informe e recalcitrante schiavo di Prospero, signore di una remota isola, simbolo del lato più oscuro e selvaggio dell’umana natura.
La pellicola, spesso erroneamente catalogata come “B-movie”, fu in verità un vero e proprio colossal, costato quasi cinque milioni di dollari dell’epoca e per il quale furono scomodati i migliori esperti di effetti speciali disponibili: la direzione dei lavori, per quanto concerne gli effetti visivi, fu affidata a A. Arnold Gillespie, conosciuto per avere realizzato gli effetti visivi del celebre “Il Mago di Oz” del 1939 mentre l’animazione dei personaggi fantastici fu realizzata ad opera di Joshua Meador, animatore veterano della Disney studio.
La musica elettronica realizzata per essere parte della colonna sonora del film precorse i tempi, essendo tra i primi esempi di “musica di sintesi” concretamente realizzati.
Il personaggio di “Robbie” divenne una vera e propria icona della fantascienza ed in seguito riapparve più volte nel contesto di altre produzioni; la sua sola realizzazione, pioneristica, sempre in relazione al periodo, richiese risorse per oltre centomila dollari.
“The Forbidden Planet” ebbe notevole successo, ripagando ampiamente la produzione per le spese esose sostenute in fase di realizzazione, ritagliandosi una nicchia privilegiata tra le pellicole appartenenti a questo genere.
Gene Roddenberry, creatore di “Star trek”, la cui serie pilota fu messa in onda nel 1966, ha dichiarato nella sua biografia che questo film è stato una delle sue principali ed irrinunciabili fonti di ispirazione per la creazione della sua celebre opera.

Essendo la macchina del tempo ancora appannaggio esclusivo della fantascienza, difficilmente potrete vederlo in sala, tuttavia, se aveste l’occasione di trovare sugli scaffali l’edizione rimasterizzata su DVD, il mio suggerimento è di non esitare.

Links al documentario realizzato recentemente:

http://www.youtube.com/watch?v=zk2DTJX8l6Y&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=sd12vlwS_F8&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=I9c5_fH_JsA&feature=related

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