BARBARA ZANON

intervista di marta freddio

Barbara Zanon è una fotografa veneziana, iscritta all’ordine dei giornalisti, nel 2011 è stata ammessa al prestigioso ISWPW International society of professional wedding photographers (e sono ammessi solo 40 fotografi per Stato) e al WPJA wedding photojournalist associationCollabora con l’agenzia Getty Images per le news ed è stata pubblicata su tutti i maggiori quotidiani e settimanali italiani ed esteri. Si occupa principalmente di news, portraits, entertainment e wedding photojournalism. semprelastessastoria ci ha fatto quattro chiacchiere:

Quando nasce la tua passione per l’immagine e come la fotografia è diventata un lavoro?

Non c’è un momento in particolare, devo ammetterlo. Io ricordo solo che nel 2003, durante i miei studi di chimica, mi sono regalata una macchina fotografica compatta (una delle primissime digitali) e che dal primo momento in cui l’ho tenuta in mano ho pensato: questa cosa qui mi appartiene. Era come se fosse un naturale prolungamento del mio essere. È stato lì che ho capito chi ero. E non ho potuto farne a meno. Da lì a farne un lavoro il passo è stato breve e… obbligato.

Che differenza c’è tra il fotografare per passione e il fotografare per lavoro?

La differenza è sostanziale. Quando fotografi per lavoro, per committenti (aziende, giornali, clienti privati) non puoi sbagliare lo scatto (spesso non puoi ripeterlo), devi avere un’attenzione costante verso ogni cosa e devi saper sempre mediare tra il tuo sguardo e le aspettative degli altri. Questo non significa certamente fotografare in modo diverso, ma vuol dire necessariamente lavorare su se stessi in modo costante per aprirsi agli altri e comprenderli velocemente. Allo stesso tempo se non c’è la passione alla base del lavoro del fotografo semplicemente non fai il fotografo.

C’è una foto alla quale sei particolarmente affezionata? Se si, ci racconti perché?

Non c’è una foto particolare alla quale sono legata. Questo lavoro mi ha permesso negli anni di relazionarmi a moltissime persone e di finire dentro situazioni che mai avrei immaginato. Il legame che sento non è tanto con le foto realizzate, quanto con le emozioni provate e con i rapporti instaurati. Dietro ogni scatto c’è una storia, non credo di poter scegliere. È tutto troppo diverso, non si può fare una graduatoria. L’unica cosa che posso dirvi è che ho una sola foto appesa in camera: la prima copertina di un settimanale (Il Venerdì di Repubblica). Quella copertina, venuta dopo poco meno due anni di lavoro, mi ricorda ogni giorno che bisogna credere nei propri sogni.

Da cosa trai ispirazione?

Da qualsiasi cosa! Dobbiamo saper accogliere dentro i nostri occhi tutto quello che ci scorre davanti, perché ogni evento e ogni persona che incontriamo ci fanno crescere e migliorare.

Sul tuo sito c’è una sezione interamente dedicata alle foto scattate con l’iPhone. Ci dici qualcosa su questa passione?

Io credo che non siano le macchine fotografiche (per quanto belle, evolute, potenti) a fare le foto (semmai le migliorano), ma il fotografo. Quindi penso che qualsiasi mezzo sia valido per raccontare una storia, dare emozioni o semplicemente far riflettere. Ritengo però che proprio perché viviamo in un’epoca dove tutti si credono fotografi e dove tutti comunque producono un’enorme quantità di immagini, si debba fare una riflessione profonda sui limiti del mezzo fotografico che si utilizza, capendo come sfruttarli a proprio vantaggio ma anche accentando il fatto che non tutto si può raccontare con una polaroid, un iPhone o una Holga e che l’impatto sull’osservatore sarà diverso rispetto a un’immagine digitale realizzata con una macchina professionale. Sto pensando ad esempio al bellissimo reportage di guerra apparso sulla prima pagina del New York Times, sono scatti intelligenti, bellissimi e puliti. Io stessa ho provato a raccontare La Mostra del Cinema di Venezia attraverso l’iPhone e il lavoro è stato pubblicato su La Repubblica. Ogni foto ha una sua collocazione a seconda e del soggetto e delle intenzioni del fotografo e del mezzo utilizzato, una volta che si ha la consapevolezza di questo si può iniziare a sperimentare e a giocare. Tutto concorre alla propria crescita.

Venezia, così presente nei tuoi scatti sotto molteplici punti di vista. Che rapporto hai con la tua città?

L’adoro. Ci sono nata e cresciuta e la sento mia dal profondo. Certo non è una città semplice ma se vogliamo che non diventi davvero un museo a cielo aperto o una Disneyland per turisti annoiati dobbiamo avere il coraggio di viverci e spingere le amministrazioni a incentivare la permanenza dei veneziani in città (siamo sotto i 60mila da ormai molti anni e il numero cala costantemente).

Hai un consiglio da dare a tutti quelli che della fotografia vorrebbero fare il proprio lavoro?

La professione del fotografo, complice il fatto che ormai tutti producono foto e le condividono gratuitamente sul web, mai come ora si ritrova ad essere in crisi profonda. La mancanza di una regolamentazione e il fatto che molti fotoamatori pensano di poter arrotondare lo stipendio fotografando il fine settimana (a tariffe non consone e non dignitose, spesso perché lo fanno in nero senza pagarci tasse, iva e via dicendo) sta mettendo in crisi molti professionisti.
Ma bisogna ricordarsi che fare il fotografo non significa andare a fare le foto di un concerto sottopalco e gratis in cambio di un accredito, né farsi sottopagare perché uno stipendio già lo si ha. Fare il fotografo significa investire tempo e denaro in attrezzatura e soprattutto in formazione. Significa trovare clienti, imparare ad usare la fantasia e proporre lavori innovativi e intelligenti.
Per riuscire in tutto questo bisogna avere una profonda determinazione e anche molta umiltà. Si deve essere i primi critici di se stessi e ogni giorno essere in grado di mettersi in discussione.
Se una persona si guarda allo specchio e ritiene di avere queste caratteristiche allora è già a buon punto, ma non ho consigli particolari perché il mondo della fotografia è molto ampio e ogni settore ha le sue regole.

Ci consigli un film?

Ne ho molti! Orgoglio e pregiudizio (nella versione del 1940, attenzione!), Lost in translation, Inception, State of Play, The life of David Gale, …quanto tempo ho? 🙂

N.B. Le foto presenti nell’articolo sono legate all’articolo stesso e pertanto ne è VIETATA la pubblicazione o diffusione.

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