27 luglio 98

racconto di nicolò favaro

“Ragazzo, vino.”

Oggi lo stacca sul Galibier, lo distrugge, gli fa vedere a quel tedesco di merda…

“Ragazzo!”

“Ecco signore. Camera?”

“303”

“Prego”

Ma che ore sono, quanto manca, quanto mangia sta gente, su dai che c’è il tappone.

“Francesco, vieni qua.”

“Si?”

“Oggi fai il pomeriggio, Antonella sta male.”

Cazzo.

“Ma ho attaccato alle sei…”

“Su dai che sei giovane, poi stasera alle dieci stacchi.”

Merda.

“Posso fare fino a chiusura questa sera…”

“Non mi servi stasera, mi servi oggi pomeriggio.”

“Ma…”

“Non rompere le palle, vatti a fare una doccia che poi ci servi in reception.”

Va bene, niente panico, in reception c’è la televisione, posso vedermela lì, non è la stessa cosa che al bar con il birrozzo, ma va bene, va bene uguale.

“Muoviti.”

La doccia è calda, anche con solo l’acqua fredda aperta il getto è caldo e sa di zolfo. Sudo e le zanzare non danno tregua. I fusti di birra, vuoti ma appiccicosi di alcool le attirano e la tendina della doccia si attacca al corpo, alla pelle, al cervello. Esco, mi asciugo. Pantaloni neri e camicia bianca. Gilet a quadratini verdeoro e dentro rosso in simil velluto, manco fossimo al Four season. Sono le tre e qualcosa e devo scendere per prendere il servizio pomeridiano, ma oggi Marco gliela farà vedere a quel bolso di un tedesco. Suona il cellulare, sono i miei che mi chiederanno come sto. Male mamma, ho punture di zanzara ovunque e croste grattate dappertutto, sono dimagrito dieci chili e ho delle borse sotto gli occhi con cui potrei fare la spesa, sono stanco, terribilmente stanco.

“Tutto apposto, oggi ho il turno al pomeriggio ma è meglio che non si fa niente, e poi c’è il tappone.”

“Sì, ho mangiato.”

“Non ti preoccupare, c’è l’aria condizionata.”

“Sì, a stasera.”

Scendo, lentamente. La reception è vuota, ottimo. Accendo il televisore e Marco è già là, in mezzo al gruppo, ancora ha la bandana, sta studiando gli altri. Il tedesco pare in forma e lo punzecchia, il francese fa il galletto, cosa altro potrebbe fare? Bene, mi metto dietro al bancone, sento le gambe molli ma la tensione mi tiene sveglio. Ieri notte è stata lunga, come si chiamava? Helga? Bho, comunque aveva due tette niente male, mi sembra. Suona il telefono.

“Hotel il Gabbiano.”

“Un attimo che controllo”

Aspetta un attimo, riconosco quello sguardo, eccolo, si è tolto gli occhiali da sole e inizia a saltellare sulle cosce, cazzo se spinge, guarda come va… madonna…

“Sì, ci sono, un attimo.”

Vai Marco, dai.

“Sì, c’è disponibilità per una matrimoniale.”

“Bene, le do il numero del fax, ci invii i suoi dati.”

Eccolo, ma non è lo scatto giusto, è quello per saggiare le gambe degli avversari, è il preludio.

“Buon pomeriggio, come siamo messi?”

“Pare bene, ancora li sta solo stuzzicando.”

Il cliente della 106 è uno stazionario. Ha preso la camera in giugno e la lascerà a metà settembre. È un ricco svizzero in su con gli anni e anche a lui piace il ciclismo.

“Zulle?”

Gli sorrido, capisce. Zulle è cotto. E Marco gliel’ha già date al giro. 106 si siede in poltrona e mi ordina una birra, grande, come dice lui.

“fai una anche per te, offro io.”

Grandioso, splendido, spettacolare. Gli porto la sua, mi verso la mia. 106 mi dà cinquantamila lire, vado per dargli il resto.

“Con il resto ci facciamo la tappa.”

Dentro sento un calore buono, pieno, armonico. Gli sorrido, tentenno.

“Forza Marco, alla salute.”

Faccio sbattere il mio boccale contro il suo, bevo e mi sento bene. Mi dimentico che sto lavorando, mi dimentico del caldo, mi dimentico che ho quindici anni e che ora dovrei stare in spiaggia, non a lavorare per dodici/quindici ore al giorno, mi dimentico della vita folle che sto facendo, delle discoteche e delle turiste straniere, mi dimentico della stanchezza, della voglia di scappare, della stronzaggine dei proprietari dell’hotel e delle poche ore di sonno. Mi dimentico pure delle zanzare.

“Eccolo.” dice 106. Ed eccolo davvero, Marco getta la bandana a terra e parte. Pompa sulle cosce e non si guarda in dietro. Il suo ghigno, la sua smorfia. Una maschera di tensione, agonismo e goduria. Sa di essere il migliore, sa che li lascerà dietro tutti, sa che oggi è la sua giornata e che niente…

“Francesco! Che cazzo fai con quella birra?!”

Balbetto, pesto i piedi, provo a scusarmi.

“Ho offerta io, c’è problema?”

Adesso è lui che balbetta, lo stronzo. Non può dire di no al 106, è lui che organizza le gite degli svizzeri. Ne porta ottanta ogni settimana e ottanta a settimana vuol dire tanti soldi.

“… ehm, no, si figuri…. “

“Bene, guarda con noi la tappa?”

“Non ho tempo, sarà per la prossima volta.”

“Bene.”

Lo stronzo mi guarda storto e me le promette. Non importa, non me ne frega un cazzo. Marco è solo e stacca tutti, ho una birra gelata in mano e può promettermi tutto quello che vuole.

“Grazie.”

“Alla salute.”

E sono lì e guardo la televisione, De Zan sta impazzendo e urla, gli si incrina la voce, è commosso e si sente. Tutta l’Italia spinge Marco, e anche se i francesi hanno vinto i mondiali di calcio, il re di Francia ora è il Pirata e il resto non conta un cazzo. Ormai Marco è lontano e Les Deux Alpes solo una passerella. Il tedesco non c’è più, il francese è arrosto, Marco ghigna e suda e salta e vola. Marco vince, prende il giallo e si scaraventa nella storia. 106 mi guarda e alza il boccale, rispondo.

Oggi ho vinto.

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