PICNIC AD HANGING ROCK

di Peter Weir (1975)

Recensione di Daniele Papa

“Sabato 14 febbraio 1904 un gruppo di allieve del collegio Appleyard va in picnic a Hanging Rock, località australiana dello stato del Vittoria. Durante il pomeriggio alcuni membri del gruppo spariscono senza lasciare tracce…”. Tra le note ipnotiche del flauto di pan, inizia così il primo film di Peter Weir, regista australiano noto per aver fatto altri film di successo, come The Truman Show e l’Attimo Fuggente. Nel 1975 esordì con uno dei film più controversi e inquietanti che io abbia mai visto, e di cui ora vi invito alla visione. Hanging Rock è una montagna vulcanica presente in Australia da milioni di anni, e che, secondo le leggende maori, sarebbe un luogo magico dove i nativi praticavano sacrifici umani. In quest’antitesi tra il rigido e convenzionale ambiente vittoriano, scenario del film, e la natura più selvaggia dell’uomo primitivo si innesta tutto lo scorrere del film, che procede per antitesi e ossimori: antitesi tra le due insegnanti che accompagnano le ragazze alla scampagnata, la rigida e mascolina Miss McCraw e la materna e femminile Mademoiselle de Poitier, così come le due protagoniste, la bruna e introversa Sara e la bionda e misteriosa Miranda, legate tra loro da un’amicizia velata d’amore.
Nel momento in cui l’ambiente civilizzato della scuola, con le sue rigide regole, si immerge nella natura della campagna australiana, è il potere della montagna che prorompe con la sua forza dominante, prima fermando tutti gli orologi, come se anche la dimensione temporale subisse una distorsione, e poi anche l’inconscio delle protagoniste. Attratte come da un richiamo dal profondo della terra, Miranda e altre tre delle sue compagne s’immergono tra le rocce distaccandosi dal gruppo, viste soltanto da un giovane aristocratico e dal suo servitore, che rimangono abbagliati dall’incedere di queste figure evanescenti.
Il ritrovamento, ore dopo, di una delle ragazze in stato di shock, fa partire le ricerche di Miranda e le altre, così come dell’austera Miss McCrow, letteralmente svanite nel nulla. Dopo una settimana, soltanto una ragazza viene ritrovata ancora tra le rocce, ma naturalmente senza avere alcuna memoria di quello che le è accaduto.
Quello che potrebbe quindi essere l’incipit di un classico horror in realtà Weir lo immagina come una raffinata rappresentazione del dramma dell’uomo nell’eterna lotta contro la natura. È infatti la natura che divora la cultura umana, che non riesce a sondare gli invisibili equilibri governanti l’universo naturale. Tutta la vita del collegio viene infatti sconvolta da queste scomparse, tanto che ognuno, seppur vittima dei rigidi schemi imposti dalla morale dell’epoca, sembra essere travolto da passioni e istinti che non riesce più a dominare: non ci riescono le allieve della scuola, che attaccano la sopravvissuta Irma, né l’algida direttrice del collegio nel confessare la relazione che la legava alla scomparsa Miss McCrow, né la protagonista Sara, che non riesce a sopportare di vivere senza la sua Miranda, di cui svela i poteri  extrasensoriali.
L’avvicinamento alla vetta della montagna quindi ha significato qualcosa di molto più profondo, sia per chi è sparita in essa, che per chi è rimasto a guardare: le ragazze prima di svanire si tolgono le scarpe e le calze, e persino la professoressa è scorta indossando solo la sottoveste. Tutto ciò che è prodotto dalle convenzioni arbitrarie dal consorzio umano, come il senso del pudore, il controllo, o soprattutto il tabù sessuale, viene stracciato e abbandonato in virtù di una fusione panica con la natura, con una nuova consapevolezza del corpo e di sé.
E Peter Weir dirige egregiamente questo capolavoro che è impossibile da classificare, avendo elementi dell’horror, del fantastico, del melò sentimentale così come del thriller anche se non è presente una goccia di sangue, né un assassinio, né un bacio appassionato o un “reale” evento magico. E’ infatti indiscutibile la maestria con cui riesce a fondere tutti gli elementi del film, dove spiccano una fotografia onirica (vennero calze di nylon sopra gli obiettivi delle cineprese per diffondere un effetto ovattato), le frequenti riprese dal basso, il fluire ipnotico del flauto di pan giustapposto ai misteriosi suoni della natura, cosi come di dialoghi che non terminano mai in risposte ma in frasi cariche di simbolismi: tutto converge in un’opera potente e visionaria, che  si conclude non dando alcuna risposta allo spettatore, ma coinvolgendolo completamente in quest’universo di sensazioni e di inquietanti interrogativi.

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