KILLING BONO

di Nick Hamm

recensione di alessandro zorro zorzetto

Mesi fa ero in aeroporto con un bel po’ di tempo da perdere nell’attesa, entro in libreria. Fra gli altri, un titolo curioso mi colpisce: Killing Bono, con tanto di avviso – da qui l’omonimo film di Nick Hamm con Robert Sheehan. Guardo il prezzo del libro, guardo il mio portafoglio. Ok, niente libro, aspetteremo il film.
Passa il tempo e finalmente mi gusto la pellicola. 114 minuti, a colori, finanziato dalla Northen Ireland Screen e distribuito dalla Paramount Pictures. Per chi interessa.
La trama è ispirata alla storia vera dell’autore del libro e del fratello, Neil e Ivan McCormick, che, come capitò ad altri, studiarono nella stessa scuola di un certo Paul David Hewson, noto al resto del mondo come Bono Vox.
Quindi due fratelli irlandesi studiano con Bono, che era appena diventato Bono, anche se il grande pubblico ancora non lo sapeva, e con il resto degli U2.
Il protagonista, Neil, decide di fondare una band musicale assieme al fratello chitarrista e anche Bono prende la stessa decisione.
Ora, tutti sappiamo come andò per gli U2. Guardando Killing Bono scopriremo il resto.
La pellicola scorre piacevole, aiutata molto dalla musica e dal ritmo delle riprese e riesce nell’impresa di far assaporare la pazzia del tempo e del posto (l’Inghilterra degli anni 80).
Piccola parentesi, nel 2009 esce Nowhere boy, film sull’infanzia di un certo John Lennon e sull’inizio dell’amicizia con Paul McCartney. Bene, quello sotto molti punti di vista è un tentativo sbagliato, Killing Bono invece riesce a raccontare questa singolare (?) storia e, al tempo stesso, a trattare argomenti più grandi e universali come la fiducia, il futuro incerto, il rapporto tra fratelli/amici e i limiti che ciascuno di noi può o deve avere. E lo fa senza annoiare o andare troppo in profondità.
In fondo si tratta di un film rock&roll, giovane e incosciente. Anche se poi a guardar bene il regista con 55 anni e 10 film all’attivo (i più famosi The Hole e Martha da Legare) così incosciente non sembra.
Le immagini e i costumi sono azzeccatissimi, la fotografia ricorda molto quella de Il Maledetto United, sporca e slavata quanto basta per adeguarsi alle sperdute cittadine irlandesi e ai locali inglesi.
Oltre a questo c’è da apprezzare la recitazione adorabile di due attori su tutti, un rookie e un grande che Steven Spielberg ha definito il miglior attore del mondo. Quest’ultimo è Pete Postlethwaite. Forse il nome non vi dirà molto, ma è uno di quegli attori che ha fatto la storia e che prima o poi avrete sicuramente visto. Anche perché dal ’77 al 2011 ha all’attivo 68 film. Purtroppo Killing Bono è stato l’ultimo, un cancro l’ha portato via a 64 anni. Nell’arco della sua carriera ha lavorato con Zeffirelli, Fincher, Mann, Selick, Singer, Spielberg e Nolan, oltre ad avere una nomination agli Oscar per il film Nel nome del padre. Insomma il suo volto singolare, le sue mille rughe e quel gran nasone nel mezzo hanno lasciato un bel segno nel mondo del cinema.
Il rookie ha la faccia fresca e il corpo mingherlino di Robert Sheehan. Potreste averlo visto ne L’ultimo dei templari, ma in realtà è diventato famoso nel ruolo di Nathan Young nella serie Tv Misfits. Se ancora non vi dice nulla, aspettate un paio d’anni o chiedete alla vostra ragazza, di sicuro ne saprà qualcosa. Comunque, oltre ad essere un bel giovine, riesce a fare delle strabilianti espressioni comiche riuscendo a stemperare anche l’atmosfera più cupa. Forse ad oggi questo è anche il suo limite più grande, dato che non lo rende credibile nel ruolo di duro e lo si nota anche qui, nelle rare occasioni in cui è chiamato a farlo. A parte questo è ottimo e promosso a pieni voti assieme al resto del film.
Buona visione e non sorprendetevi se alla fine cercherete tra le vostre canzoni “I Still Haven’t found what I’m looking for”.

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