STUDENT SERVICE

di Emmannuelle Bercot

con Déborah François, Mathieu Demy, Alain Cauchi, Benjamin Siksou. (2010)

recensione di fabio torrico

La regista nonché attrice francese Emmanuelle Bercot, raccontando se stessa, riassume il concetto che aspirerebbe fosse alla base del suo cinema: «L’interesse, per me, non sta nell’atto di raccontare storie che descrivono la volontà degli individui nei loro stati d’animo, ma nell’esacerbare le percezioni».
Dopo il successo del suo primo lungometraggio, “Clement”, che nel 2001, partecipando alle selezioni ufficiali del festival di Cannes si aggiudicò il riconoscimento “un Certain Reguard” nel contesto del “prix de la jeunesse “, girato in digitale (scelta non troppo comune all’epoca) e che racconta la storia di una amore, anche sensuale, atipico, ossia quello che la trentenne protagonista (la Bercot stessa) nutre per il figlioccio Clement, un ragazzo appena tredicenne, ecco che la regista si avventura di nuovo, oltre un decennio più tardi, nel nebbioso territorio delle umane passioni.
E lo fa, in questo frangente, scegliendo di raccontare una storia a tematica sociale, portata all’attenzione del grande pubblico in Francia attraverso la pubblicazione del così detto “libro verità” scritto da una ex studentessa, nota come “Laura D.” la quale racconta di come per poter proseguire il suo percorso formativo sia stata costretta a prostituirsi.
Laura ( Déborah François , vista di recente nei panni dell’angelo vendicatore nell’inquietante pellicola “la Voltapagine” di Denis Dercourt ) è una studentessa universitaria iscritta al primo anno di lingue straniere, che fatica a gestire la propria vita a causa delle stringenti ristrettezze economiche che la affliggono; addirittura, nella sequenza di apertura, la vediamo restare vittima di uno svenimento in aula per il troppo protratto digiuno.
L’unica fonte di reddito di Laura è un insolito lavoro presso il call center di un’agenzia di pompe funebri ma le ore che passa a spiegare agli sfortunati ( non potrebbe essere altrimenti ) clienti, quali siano le procedure per richiedere la cremazione del defunto non sono sufficienti a coprire le sue pur modeste spese.
Un sera, in seguito all’ennesimo litigio con il suo, in verità assai poco premuroso, compagno Manu (Benjamin Siksou ) dopo che, causa mancato pagamento di una bolletta, sono entrambi prepotentemente tornati al periodo pre – elettrificazione, Laura si risolve a cambiare la sua vita radicalmente, e navigando sulla rete dal computer portatile del convivente, unico elettrodomestico in funzione, grazie alla batteria, in una casa immersa nell’oscurità, decide di rispondere all’annuncio pubblicato da un attempato Don Giovanni, Joe ( Alain Cauchi ) che richiede “attenzioni particolari”.
Sarà l’inizio, per Laura, di una spaventosa spirale di umiliazioni e compromessi, per uscire dalla quale dovrà far ricorso a tutta la propria determinazione e cambiare direzione proprio un istante prima di soccombere.
Nel divenire del suo travagliato percorso, Laura incontrerà Benjamin ( Mathieu Demy ), un trentenne un po’ “Peter Pan” che pur essendo animato da grande trasporto non riuscirà ad accettare la particolare scelta di vita operata da Laura. Mathieu Demy
La nudità di per se non è alcun che di scabroso: gli occhi, le labbra, gli organi genitali, sono “elementi” di un insieme chiamato essere umano, tutti altrettanto “necessari” alla biologia della specie ed aventi funzioni distinte e complementari; qui però è diverso.
La nudità che la Bercot ci mostra è una nudità dolorosa, straziante ( con l’eccezione delle scene d’amore tra Laura e Benjamin, nel corso delle quali la sessualità recupera per un breve spazio la sua valenza positiva ), un nudità dell’anima, ferita, lacerata, espressa attraverso il corpo, divenuto oggetto a disposizione di uomini incapaci di interagire con l’altro sesso su di un piano paritetico.
Come il cinico Joe non manca di far notare a Laura, quello che di lei apprezza è che “non è indifferente alla propria dignità come lo sono le professioniste consumate “ (tengo a precisare che questo enunciato esprime il punto di vista del personaggio in relazione a chi esercita il mestiere della prostituzione, non quello dell’autore della presente recensione ) e che proprio per questo lui la trova ancor più desiderabile.
A complicare ulteriormente le cose, Laura sviluppa un malsano senso di rivalsa per tutte quelle piccole e meno piccole rinunce materiali alle quali ha dovuto sottostare e finisce con il trovarsi comunque a corto di denaro a causa dei molti, futili e costosi oggetti che inizia a comperare, sempre più percorrendo una deriva che la porterà oltre la soglia della compulsione.
Riprendendo un concetto affine a quello alla base della trama di “Clement” la regista si spinge anche oltre, lasciando intuire come Laura, pur disprezzando il suo viscido cliente abituale Joe, nel contempo ne risulti in parte sottilmente plagiata: dopo le minacce verbali e gli inviti a non essere più contattata rivolti, alla fine sarà lei stessa, dopo diverso tempo, a cercarlo di nuovo per condividere con lui la gioia di un successo personale; si intuisce che a dispetto delle circostanze si è strutturato tra Laura e Joe, che ha almeno quaranta anni più di lei, una sorta di gioco delle parti ben più radicato di quanto le circostanze porterebbero ad ipotizzare.
Pur essendo stato girato con un taglio e con una gamma di scelte stilistiche che fanno pensare sovente al piccolo schermo ( difatti in origine si trattava di un progetto destinato al palinsesto televisivo ) “Stundet Service” resta un potente, coraggioso atto d’accusa nei confronti di una società che tende a mercificare tutto, inclusi generi che sarebbero non passibili di tale processo, come le persone.

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