Bronson

di Nicolas Winding Refn (2008)

recensione di daniele papa

“Avvertivo di avere una vocazione. Solo non sapevo quale fosse. Non sapevo cantare, non sapevo ballare…non mi rimaneva molto altro…”. Si presenta cosi Michael Peterson, che poi prenderà il nome d’arte di Charlie Bronson in onore del famoso “giustiziere della notte”: un uomo che, dopo aver fatto la sua prima rapina a diciannove anni, ha passato gran parte della sua vita in carcere, la maggior parte del tempo in isolamento a causa dell’indole iraconda e violenta. Nicolas Winding Refn, agli onori delle cronache per il successo del suo ultimo film “Drive”, nel 2008 firmava questo biopic dissacrante dominato da una vena di follia psichedelica che divenne poi il suo leitmotiv stilistico.

Questo film, infatti, delle vere vicende di quello che è stato definitivo “il carcerato più famoso dell’Inghilterra” dice davvero poco: l’interesse del regista è più spostato a ricercare la vera identità di un personaggio sfuggente la cui natura esibizionista e superonista lo portarono a intraprendere la carriera di rapinatore, boxeur e artista, tra un uscire e un rientrare da galera. Il merito del film è supportato soprattutto dalla recitazione eccessiva e caricaturale dell’attore Tom Hardy, che ben riesce a mettersi nei panni di quest’uomo-maschera che fa anche un interessante discorso su come violenza e arte siano entrambe complementari maniere di espressione del sé. E in effetti Bronson è un artista in tutto quello che fa, quando dipinge, quando picchia duro, quando sequestra dei poveri malcapitati come quando intrattiene il suo pubblico come uno showman consumato: in tutta la sua vita non fa altro che tentare di comunicare, ricercando il consenso e la conferma degli altri.

E’ però un Alex DeLarge senza i suoi drughi, un Mickie Knox senza l’amata Mallory né la stampa ai suoi piedi: quello che ne viene rappresentata è la parabola di un uomo fortemente antisociale, e che, nella sua ricerca di consenso e popolarità, non riesce minimamente a relazionarsi con il mondo esterno, né a concepirlo come qualcosa di esterno da sé. Anche i due rapporti amorosi che il protagonista tenta di intrattenere sono spogliati di ogni valenza sentimentale, proiettati nel vuoto di un deserto esistenziale.

Lo stile saturo di Winding Refn, che privilegia le inquadrature fisse realizzando stupefacenti tableaux vivants, fa di tutto per discendere nell’epopea allucinata di Bronson e rappresentare quel mondo alienato che è vissuto dal protagonista, calcando un po’ troppo la mano sulla vena caricaturale che viene coadiuvata anche dalla recitazione, forse eccessivamente teatrale, del protagonista: allo stesso tempo dobbiamo ricordare che questo regista di origine danese, definito l’anti-dogma per eccellenza, non si preoccupa minimamente di fare un’analisi sociologica della personalità deviata, quanto di contemplare la vita di un uomo, che, passando gran parte della sua vita in una cella di un metro per due, vive una solitudine dotata di una straordinaria ricchezza immaginifica. In questa rappresentazione, pur imperfetta, è quindi presente l’embrione di quella figura di anti-eroe solitario cara al regista, che sarà sviluppata con maggiore profondità psicologica nel personaggio di Driver, il laconico autista di “Drive”.

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