Jane Eyre

di Cary Fukunaga. (2011)

recensione di fabio torrico

Jean Eyre è uno di quei classici che molti hanno avuto occasione di leggere, magari a scuola.
Ma è anche un’opera ambientata in un mondo che oramai è immensamente distante dal nostro, i cui personaggi si muovono sovente mossi da scrupoli, costumi, convenzioni sociali che sono si intellegibili ma nelle quali è ostico riconoscersi.
Charlotte Brontë scrisse il suo capolavoro nel lontano 1847, plasmando la figura di un’eroina di straordinario coraggio, capace di resistere alle più severe avversità che la sorte pone sul suo cammino senza mai piegarsi, senza, in primo luogo, mai perdere la sua dignità.
Il giovane regista Cary Fukunaga, dopo aver trionfato all’edizione del Sundance Film Festival 2009 con il suo “The Nameless”, un’opera che tratta una cruda ed avvincente storia ambientata tra il Messico e gli Stati Uniti, tra gang spietate e volontà di redenzione del protagonista, fa un salto nel buio, ed indietro nel tempo, per rivisitare un’opera celebre senza però stravolgerla.
E l’operazione può dirsi un successo.
Difatti, attraverso il suo sguardo acuto ed indagatore, una vicenda che appartiene, per sua natura a cose remote, viene prepotentemente riportata nel presente, facendo pulsare di nuova vita i personaggi, i luoghi, le atmosfere gotiche caratteristiche del romanzo che qui diventano a tratti quasi fiabesche, a tratti quasi horror, mi si passi l’espressione, ma senza disconoscere la loro origine.
L’eccellente cast, a partire dai protagonisti, l’eterea Mia Wasikowska (Jean Eyre) ed un ottimo Michael Fassbender ( Edward Rochester ) , nonché arricchito dalla presenza di una veterana del grande schermo quale Judi Dench, che veste i panni della governante di casa Rochster, la Signorina Fairfax, contribuisce in modo decisivo a ricreare un affresco coinvolgente.
I costumi e gli arredi di scena meritano d’essere menzionati in separata sede : una cura maniacale dei dettagli, la sensazione di autenticità che traspare sempre (non si ha mai la sensazione che gli attori siano appena usciti dal guardaroba d’una sartoria teatrale), apportano un contributo decisivo nel completare il quadro.
La fotografia, le inquadrature, con particolare riferimento a quelle crepuscolari, ricordano un poco lo stile adottato da Tim Burton in “Il mistero di Sleepy Hollow” ma in chiave più sfumata, seppur con qualche eccezione (la sequenza della cenere che fuoriesce dal caminetto nella stanza ove la piccola Jane è stata reclusa ne è un esempio ), in ogni caso mai fuori tono.
Difficile a questo punto non tentare una comparazione con la più nota recente trasposizione di quest’opera, quella di Zeffirelli, del 1996.
Ebbene, la versione realizzata dall’indiscusso maestro del cinema, seppur pregevole, non riesce mai a raggiungere l’intensità drammatica di quella diretta da Fukunaga, ed in particolare il protagonista maschile, Fassbender, si rivela essere capace di trasmettere un pathos che la sua controparte William Hurt non riesce a “costruire”, restituendoci un’interpretazione non sempre convincente.
Interessante notare infine come, seppur con estrema “discrezione”, il gusto estetico tipicamente giapponese, facente parte del retaggio culturale del regista, abbia trovato spazio in alcune sequenze, una per tutte quella in cui Edward si dichiara apertamente a Jane mentre passeggiano tra gli alberi in fiore : osservate bene, decontestualizzate, e vi parrà, per un attimo, di vedere animarsi una delle magnifiche pitture di Hokusai, che sono state fonte d’ispirazione per molti pittori impressionisti europei.

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Un Commento

  1. Misuzu

    Una trasposizione che lascia a desiderare, così come i dialoghi. Essendo ispirato a un libro è un rischio che ha dovuto correre e a mio avviso non è stato in grado di affrontarlo al meglio anzi… quel rischio si è trasformato in una vera e propria fossa.
    Per chi volesse guardarsi una buona trasposizione di questo capolavoro letterario, si veda la mini-serie prodotta dalla BBC del 2006, con ottime interpretazioni e atmosfere.

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