Il Mucchio selvaggio e il cercatore d’oro.

articolo di nicolò favaro

Difficile dire qualcosa di nuovo su un film come “Il Mucchio Selvaggio” (“The Wilde Bunch”, 1969)  e di certo non ho la presunzione di farlo. Rimanendo comunque nei canoni della mia ricerca mi preme sottolineare come questo film prenda come fonte archetipale il mito greco ed in particolare l’Odissea. Numerosi infatti sono gli elementi in comune e questo, il quarto, film di Peckinpah parla di una fuga, di un viaggio verso una meta sognata e precisa. Prendiamo come esempio il viaggio di Ulisse: dopo una vita trascorsa in una guerra scatenata per motivi quasi futili e comunque poco “morali”, Ulisse si trova a dover passare un’altra esistenza per poter raggiungere sua moglie e il suo regno. Gli Dei continuano nella loro persecuzione ed il povero Ulisse, che è andato contro un’imposizione morale derivante dall’alto, si trova a peregrinare nei mari assieme alle sue truppe, in fuga dal suo destino e verso la sua libertà. Come sappiamo raggiungerà il suo scopo in età avanzata non grazie di certo al favore degli Dei (almeno non tutti) ma grazie alla sua grinta incrollabile e ai suoi principi saldati con l’acciaio della sofferenza.  La meta di Ulisse è la Casa, la Donna, il focolare domestico. Vien da sé il paragone con “Il Mucchio Selvaggio”. Pike Bishop (William Holden)  è un bandito, ma essere banditi nel vecchio west equivaleva ad essere re nell’antica Grecia. Anche lui va contro gli Dei che in questo caso sono rappresentati dalla legge. Anche lui è costretto alla fuga e alla peregrinazione e anche lui ha una meta ben precisa alla quale non vuole e non può presentarsi impreparato. Questa meta è la morte che come sappiamo dalla psicologia, trova facile rappresentazione sia nella simbologia della casa che in quella della donna. Sia chiaro, non è la morte in sé ad interessare Pike. La mancanza di una terra cui tornare, di una vita possibile in un mondo nel quale non si riconosce più,  portano il nostro eroe a sperare e lavorare per ottenere l’unica cosa che secondo i suoi principi può renderlo ancora uomo ovvero una morte eroica, onesta e coerente al modo in cui ha vissuto. Un atto di coraggio estremo simile al suicidio e quindi l’atto di libertà massimo cui si possa arrivare. La legge la fa l’uomo, non lo stato, non i soldi, non gli Dei, ma l’uomo. E tanto più sarà incisivo il suo passaggio nella vita terrena tanto più lo sforzo sarà valso a qualcosa. Non parlo di sacrificio a caso, quello che fa Pike non è un gesto d’amore, non è una semplice vendetta (cosa che vedremo in seguito), ma piuttosto una dichiarazione di coerenza con se stesso. Il mondo non gira più nel verso a lui più congeniale ed allora tenta di distruggerlo conscio del fatto che sarà proprio questo a distruggere lui. Forse distruggere non è il termine giusto in quanto la sua morte non è di per sé una perdita dato che l’antipatia che lui nutre nei confronti del tutto che lo circonda è ricambiata, e non poco. Nessuno sentirà la mancanza del “mucchio” nel mondo che sta per arrivare e le sue storie serviranno solo come ammonimento ai bambini, che da far loro si divertono ad uccidere formiche e scorpioni indifferentemente. Inoltre, così come Ulisse ha le sue fedeli truppe Pike ha il suo mucchio disposto a seguirlo ad ogni suo comando. So di andare contro corrente in questo ma secondo me in questo film, a differenza di altri, l’amicizia ha un valore secondario. Questa mia affermazione non deriva solo dal fatto che il capo degli inseguitori sia proprio un ex amico (Robert Ryan-Deke Thornton) tradito da Pike, lo si è già visto in “Sfida nell’Alta Sierra” ed in “Sierra Charriba” con il distinguo che in un certo qual modo una riconciliazione c’è, ma dal rapporto che lega i cinque. Due sono fratelli (Warren Oates-Lyle Gorch, Ben Johnson-Tector Gorch)  uno è un avventuriero di terre straniere (Jaime Sanchez-Angel) , uno il braccio destro (Ernest Borgnine-Dutch Engstrom) e l’altro il capo. C’è una gerarchia, un’organizzazione, una banda finalizzata al crimine, chi è più forte sopravvive e si spartisce il bottino, chi non lo è muore. L’amicizia è un’altra cosa, ciò di cui si parla nel Mucchio è il rispetto. In primo luogo verso se stessi, in secondo verso il capo. In se stessi in quanto il fine non è solo il mero denaro ma più ampiamente la libertà, quella libertà assoluta e non dipendente da legami o compromessi, estranea dal rispetto del prossimo e più vicina ad un’anarchia deforme fatta di sesso e violenza. In questo vortice di “politicamente scorretto” l’unica cosa che rende ancora umani è il branco, è l’appartenere ad un qualcosa più grande del sé, è il prendersi con la forza un’ultima possibilità di redenzione. E il capo di questo branco è senza dubbio Pike, il quale non ha bisogno della forza per tenerlo in pugno, lui è il cervello, è il pensiero ed in questo è il più forte di tutti. Lo scopo è unanime, il metodo è quello che dice Pike. Qui, a mio avviso, abbiamo la prima identificazione pura del regista. Si, caratteri simili ne avevamo già visti, temi e personaggi ci sono già noti, ma se da un lato questo è facilmente riscontrabile è vero anche che fino ad ora non ci eravamo mai imbattuti nella storia di un uomo che si assume la responsabilità di gestire un gruppo, di un uomo in grado di coordinare ed indirizzare delle azioni fatte da singoli ad uno scopo che è da un lato comune, ma da un altro, e forse più grande, è sicuramente personale. Un regista è dunque Pike, un uomo in cerca di redenzione è quindi Peckinpah. A suffragio di questa mia ipotesi (che volutamente si tiene alla larga da tesi biografiche e testimonianze di conoscenti dato che per quanto questo possa influire niente è come un film per capire l’uomo che lo ha realizzato) sta il lungometraggio che segue “Il mucchio selvaggio” e cioè “La ballata di Cable Hogue” (“The Ballad of Cable Hogue”, 1970).  Qui si narra la storia di un cercatore d’oro (Jason Robards-Cable Hogue) che viene tradito dai suoi compagni (Strother Martin-Bowen, L.Q. Jones-Taggart)  e lasciato morire nel deserto. Allo stremo delle forze Cable pregando Dio trova l’acqua e si salva  riuscendo anche a mettere a frutto la sua scoperta creando un’area di ristoro per diligenze. Da un Ordine scombinato e messo in discussione si passa ad un nuovo stato delle cose che ha per oggetto la realizzazione personale, la rivalsa su chi ha tradito e la scoperta dell’amore per qualcuno diverso da se stesso ovvero una donna (Stella Stevens-Hildy). Film in apparenza leggero leggero ma carico nel suo sub-strato di rimandi e riflessioni. Come fece notare il Professor La Polla alla rassegna bolognese dedicata a Peckinpah il mito con cui si confronta questo film è senza dubbio quello di Robinson Crusoe ed in questo non intendo dilungarmi oltre. Un’ulteriore riflessione può essere fatta riguardo agli approfondimenti che Peckinpah fa nei confronti dell’uomo, meglio, di un uomo molto simile a se stesso. Lo scopo del nostro eroe era quello di trovare l’oro, non l’acqua (Secondo Jung l’acqua è il simbolo dell’inconscio. Numerosi saggi sottolineano come l’acqua possa sia nascondere che riflettere, meccanismo intrinseco dell’inconscio. Tra gli altri si veda “Gli Archetipi dell’Inconscio Collettivo”. Prima ed. 1936, ampliato fino al 1954 e pubblicato in Italia ne 1977 da Bollati.), ma per colpa (o merito) del tradimento subito è costretto a cambiar rotta, a cambiar oro. Questo oro non lo trova nell’acqua, bensì in Dio che gli si manifesta sotto forma dell’acqua. Se vogliamo fare un ragionamento ulteriore si può dire che Cable, in realtà, muore di sete nel deserto e che tutto quello che viene dopo è soltanto uno spicchio di paradiso visto attraverso gli occhi di un uomo tradito ma ancora fiducioso. Si perché nei film visti fin ora è la morte a fungere da rito di purificazione verso uno stato migliore ed anche qui, si può supporre che la morte accolga Cable all’inizio del film e ciò che stiamo vedendo sia solo un sogno di un disperato nei suoi ultimi minuti di vita. In questo sogno l’acqua è ancora oro e il futuro non rappresenta una minaccia. L’epilogo si può facilmente ascrivere alla continua presa di posizione di Peckinpah verso l’età moderna ed essendo un sogno è giusto che sia così dato che i sogni prendono forza dal subconscio e nel subconscio del Nostro sicuramente le auto e tutto ciò che rappresenta il nuovo sono il male, quello con la M maiuscola.

Abbiamo visto sommariamente i primi cinque film di Peckinpah analizzando alcuni fattori della poetica e inserendo qua e là degli ingredienti che ora serviranno ad argomentare una prima riflessione sugli archetipi mitici nell’epopea peckinpachiana

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