Fish Tank

di Andrea Arnold. (2009)

recensione di fabio torrico.

“Fish Tank” può significare, facendo riferimento ad un’espressione prettamente gergale, “acquario” ma può anche designare un’apposita pentola concepita per cuocere il pesce.

In entrambe le circostanze, per il pesce, la situazione non è rosea.

Ed è in una condizione affine che si trova l’irrequieta quindicenne Mia (Katie Jarvis) che di fatto è  “incastrata” e  vive un’esistenza che non le appartiene, costretta ad una problematica convivenza con la madre Joanne (Kierston Wareing) eterna adolescente incapace di rivestire il ruolo di genitrice, che vede la figlia maggiore sovente più come una potenziale rivale che come una persona da educare e crescere, e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths), bambina cresciuta di fronte alla tv senza alcuna tutela, che dimostra fin dalle prime sequenze di avere una conoscenza del turpiloquio da far invidia ad un lupo di mare dall’esperienza trentennale.

Ed è proprio di bambine, bambini  ed adolescenti di entrambi i generi dagli atteggiamenti affini a quello della piccola Tyler che sono popolate le strade dell’anonima, miserevole periferia di una qualche metropoli anglosassone, ove la vicenda è ambientata.

Ragazzi cresciuti anzitempo, che hanno assimilato gli atteggiamenti più deleteri e volgari dei così detti “adulti”, che spesso emulano in modo acritico, senza neppure sospettare che ciò che a loro appare come “cool” è al contrario quanto di più scontato e impersonale possa esistere.

In un contesto affine, appare evidente come viga la regola che “chi colpisce per primo, colpisce due volte”.

La cruda e forse anche un po’ odiosa espressione “guerra tra poveri” rende egregiamente bene il concetto relativo al vissuto quotidiano di Mia, la quale cerca una qualche forma di riscatto nella danza, che pratica per lo più in totale solitudine, adoperandosi con tutte le sue energie per perfezionare la sua tecnica, sempre coltivando la speranza che un dì, qualcuno possa notare il suo talento e portarla lontana dall’incubo.

Un giorno qualsiasi la giovane protagonista, mentre vaga senza meta apparente come suo abituale costume, si imbatte in una bizzarra visione: dietro una recinzione d’un parcheggio dismesso, tra roulotte fatiscenti, vede un cavallo.

Uno sfortunato cavallo, un tempo candido e adesso grigiastro, emaciato, quasi spettrale, che parrebbe essersi concretizzato “scivolando” da una tela di Hieronymus Bosch.

Mia resta trafitta dalla tristezza che traspare dagli occhi spenti, dal vederlo legato ad una corta catena, completamente rassegnato alla sua sorte amara, di una calma assoluta; nel cavallo, vede la materializzazione della sua condizione esistenziale, o forse più semplicemente è travolta dalla compassione.

Rischierà moltissimo per tentare di liberarlo, senza curarsi del poi, con l’unico intento di raddrizzare almeno un’ingiustizia tra le tante, e da quel momento in poi l’impulso a reagire, ad uscire dalla sua situazione, si farà imperioso.

Nel mentre un nuovo amante è entrato nella vita della madre di Mia, Connor (Michael Fassbender, protagonista del recente “Shame”) un uomo piacente e dall’atteggiamento protettivo, che saprà conquistare poco a poco la fiducia della famiglia e per una breve parentesi, sembrerà destinato a portare un poco di serenità, salvo poi rivelarsi quale persona ben diversa da quello che vorrebbe far credere.

Sarà Mia, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto, e dopo quest’ultima disillusione, non le resterà che la fuga, diretta verso possibili futuri orizzonti che possano comprendere il concetto di “speranza”.

Fish Tank è una pellicola coraggiosa, che mostra una realtà impietosa senza falsi pudori e senza nel contempo scadere nell’autocompiacimento morboso, la sua profonda “onestà” si riflette in tutti gli aspetti relativi alla sua realizzazione e l’ottima fotografia, a tratti “fredda” e “pungente” ben si adatta alla narrazione.

I suoi detrattori hanno scritto che si tratta “di una storia già raccontata innumerevoli volte” : vero, completamente vero, ma assai di rado, tuttavia, raccontata così magistralmente.

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