Tomboy

di Céline Sciamma (2011)

recensione di daniele papa

Chi non ha mai, almeno una volta, finto di essere un’altra persona? Con un passeggero petulante nei vagoni del treno come in una notte sbronza in discoteca, nella vita reale quanto soprattutto in quella virtuale ognuno di noi avrà certo provato a recitare, o almeno immaginato di farlo, nel divertente gioco del “come sarei se”. Ed è quello che fa la protagonista di questo film, l’undicenne Laure: appena arrivata in un nuovo quartiere parigino, complice il famigerato taglio di capelli a scodella (che tutti abbiamo subito) e il ritardo della pubertà, quando viene scambiata per un maschietto dai ragazzi del quartiere sta al gioco e dice a tutti di chiamarsi Michael. E sembra provarci anche gusto, tanto che non solo scoprirà che fare il maschiaccio (Tomboy, in inglese) non è cosi difficile, ma entrerà talmente nella parte da far capitolare la ragazzina più corteggiata del gruppo, Lisa, con la quale ci scappa anche un bacetto.

Ma attenzione, il registro con cui si esplora la tematica gender in questo piccolo film francese è lontana anni luce dalla ferocia di “Boys dont cry”: quello di Cèline Sciamma è un’opera che parla soprattutto dell’educazione sentimentale in quella fase poetica e delicatissima che è la preadolescenza, quando anche l’amore, come la costruzione della propria identità, diventano giocattoli nuovi da accostare alle partitelle e alle barbie. Degna di nota, infatti, è la freschezza con cui la regista dirige i giovani attori, che sembrano improvvisare tra momenti di silenzioso dramma e molti altri di scherzo (mirabile la scena in cui, per superare la prova costume, Laure-Michael si aiuta col pongo) perché a dieci anni si può ridere ed essere tristi nello stesso pomeriggio, nell’arco anche di una stessa ora.

Tomboy è un film che suggerisce come l’identità di genere possa essere un problema soltanto per lo sguardo adulto, che concepisce come immutabile ciò che la propria cultura ha prodotto: privilegio grande dell’uomo, invece, è quello di dare un nome non solo alle cose ma anche a se stesso, preservandosi quindi il diritto di cambiarle semplicemente mutandone il nome. Perché la rosa non sarebbe più una rosa, se non la chiamassimo più “rosa”: cosi la protagonista, dicendo soltanto “mi chiamo Michael” entra in un gioco di esplorazione di sé che però, come tutti i giochi più divertenti, dovrà presto terminare. L’inevitabile scoperta del vero sesso di Laure-Michael non avviene attraverso il dramma (se non degli adulti) perché l’accento è su un tema molto più importante, l’autocoscienza di sé e la libera espressione dell’individuo al di là delle convenzioni sociali, fino ai limiti dello stesso corpo. Un film quindi che vi consiglio di vedere, perché credo vi farà riflettere: basti pensare che, prodotto con un budget ridicolo dalla televisione, è stato addirittura distribuito nelle scuole. Parliamo di scuole francesi, naturalmente. Chettelodicoaffare…

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