La donna che canta (Incendies)

di Denis Villeneuve (2011)

recensione di fabio torrico

Perdono. E’ una parola che implica un’ampia gamma di significati, ma in questo contesto ci limiteremo a prendere in considerazione la definizione che ne da una nota enciclopedia “Il perdono è un gesto umanitario con cui, vincendo rancori e risentimenti, si rinuncia a ogni forma di rivalsa, di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore”.
Ma perdonare è sempre possibile, anche quando contro di noi sono state commesse inenarrabili atrocità che hanno straziato fin nel profondo i nostri più intimi recessi?
La risposta a questo scottante quesito, per il regista Denis Villeneuve parebbe essere affermativa.
E così facciamo conoscenza con i gemelli Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin ) e Simon ( Maxim Gaudette ), i quali, alla lettura del testamento della madre Nawal ( Lubna Azabal) scoprono di avere un fratellastro del quale ignoravano completamente l’esistenza e si trovano catapultati, non senza una certa dose di comprensibile riluttanza, in un viaggio a ritroso nei luoghi che hanno visto gli anni della giovinezza della loro genitrice, nonché indietro nel tempo, ripercorrendo la cronologia dei molti misteriosi eventi che caratterizzano il passato della persona che ha dato loro la vita.
Jeanne è laureata in matematica, e studia questa disciplina nella sua forma più pura, “sperimentale”, ha conferito alla sua stessa vita un rigoroso ordine ma si capacita presto di come, fino a quando non avrà risolto i molti nodi relativi al passato di Nawal, non più presente fisicamente ma quanto mai presente nello spirito, essa stessa non potrà più recuperare il suo delicato equilibrio; e dunque parte, all’inizio da sola, poi in compagnia del riluttante Simon, il quale poco a poco comprenderà appieno l’importanza di ciò che stanno facendo.

Ed è a questo punto che entra in scena un’altra protagonista, ossia proprio la Nawal in carne ed ossa, che percorrendo il flusso del tempo in direzione opposta, ci viene mostrata giovanissima, al tempo della sua prima gravidanza, prigioniera di un mondo di uomini che le nega anche il più elemetare dei diritti: quello di disporre del proprio corpo, e dunque della propria vita, come lei desidererebbe.
L’epopea di Nawal, avente per scenario il Libano dilaniato dagli odi religiosi, le atrocità commesse dalle milizie cristiane e le altrettanto feroci rappresaglie attuate dai musulmani , sarà una autentica odissea ma lei, neppure di fronte all’orrore più assoluto, perderà mai, neppure per un attimo, la sua fierezza, la sua dignità.
E forse proprio per questo, quando la tempesta potrà dirsi passata, sarà capace di perdonare ciò che per chiunque altro non sarebbe possibile scusare, adoperandosi così per spezzare le maglie della catena dell’odio, della ritorsione, fino al punto di compatire quasi, i suoi carnefici, per la loro umana pochezza.
I gemelli Jeanne e Simon, mentre approfondiscono le indagini relative alle vicende della madre, nonché le ricerche relative all’identità dell’enigmatico fratello, per dirla con le parole di Gabriele D’Annunzio, il quale scrisse ” la grazia mi si manifesta in un succedersi di epifanie”, riscoprendo se stessi, e pur dovendo alla fine affrontare una terribile rivelazione, raggiungono per questo tortuoso sentiero una consapevolezza superiore, e recuperano il rapporto con la madre, i cui criptici atteggiamenti divengono alla fine comprensibili sulla base degli eventi dei quali loro stessi sono venuti a conscenza.
La fotografia “severa”, il montaggio serrato, e le molte sequenze “in soggettiva” contribuiscono a “proiettare” lo spettatore nella narrazione, a renderlo profondamente partecipe, di modo che che possa così vivere una storia che sarà arduo dimenticare.

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