ACAB – All Cops Are Bastards

di Stefano Sollima. (2012)

recensione di daniele papa

Ci sono molti film che adoro ancora prima di guardare. Questione d’intuito. Altri che invece hanno un cast eccezionale, un regista promettente, una storia da paura eppure si perdono in un bicchier d’acqua. O meglio, non riescono forse a raggiungere le aspettative che uno si crea. Perché A.C.A.B., in realtà, è veramente un buon film, e per essere italiano, permettetemi la vena polemica, un gran bel film, però a me ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Pure Pierfrancesco Favino, in stato di grazia nell’interpretare il destroide celerino Cobra, e un ottimo attore emergente come Domenico Diele non riescono a sollevare un film che sembra troppo una (buona) fiction per la tv. Fare un film sui celerini certo non è un’impresa facile: la categoria cui tocca il “lavoro sporco” della polizia è comunque una forza armata molto discussa e a volte anche discutibile, perché al centro di critiche o ambigue vicende giudiziarie.
Il merito di Stefano Sollima, che dopo la fortunata serie Romanzo Criminale dirige il suo primo lungometraggio, è quello di aver cercato di rappresentare con neutralità questo ambiente difficile: siamo in una Roma desolata che assomiglia più al Bronx di New York, tra manganellate, sparatorie, tifoserie violente e facinorosi di estrema destra. La storia è incentrata su tre celerini, ormai veterani del servizio, che sono alle prese con difficili scelte e problemi nella vita privata: Cobra è con un processo penale a carico per aver ferito per l’ennesima volta un tifoso, Negro (Filippo Nigro) in una difficile separazione con la moglie che lo caccia di casa; infine lo stoico Mazinga (Marco Giallini), il più vecchio della squadra, in crisi con il figlio, sprovveduto militante di estrema destra. A loro tre si unisce una giovane recluta, Adriano ragazzo di borgata, che dovrà imparare anche contro voglia l’educazione al duro spirito della camerata, la “brotherhood”, l’ordine e l’uso a volte violento della legge.
In questa Roma violenta, dove le istituzioni sono palazzi austeri e impenetrabili e la strada è la vera scuola di vita, non ci sono né buoni né cattivi ma solo animali feriti che combattono tra loro per la propria sopravvivenza. Purtroppo però l’aver opportunamente deciso di citare fatti inquietanti della politica e la cronaca italiana come Genova 2001 o l’omicidio di Gabriele Sandri diviene, al contrario, il vero punto debole del film: non si possono infatti tirare in ballo eventi cosi drammatici, ambigui e nelle coscienze di tutti per poi lasciarli sullo sfondo, liquidandoli con un laconico “A Genova abbiamo fatto un casino…”. Ma questo è solo un mio personalissimo parere.
Validissima anche la colonna sonora composta da brani del calibro di “Where is my mind” dei pixies, “Seven Nation Army” dei White Stripes e “Club Foot” dei Kasabian che chiude l’ultima scena: insomma, do a Sollima un 7 meno, ma con l’augurio di fare sempre meglio perché, giovane di talento e di promesse, potrebbe anche risollevare questo stagnante cinema italiano…

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