WELCOME

di Philippe Lioret

recensione di marta freddio

È il 2009 quando esce questo film e l’Europa sembra scivolare indolente verso forme di razzismo e xenofobia che portano sulla bocca di tutti la parola clandestino.
In Francia viene introdotta una normativa sull’immigrazione che prevede fino a cinque anni di carcere per chi aiuta gli immigrati irregolari.
A Calais, cittadina francese che affaccia sul Canale della Manica, di fronte alla costa inglese, Philippe Lioret decide di girare un film, un film che è insieme una storia d’amore, una storia d’amicizia e una storia di vite ai margini. Storie che si intrecciano e nelle quali non è difficile ritrovare i canoni dell’attualità: Bilal è una ragazzino curdo iracheno che dopo mesi di marcia attraverso l’Europa arriva nel porto di Calais, deciso, come tanti altri uomini in fuga dai propri paesi d’origine, ad attraversare la Manica per raggiungere Londra, dove da sei mesi vive la famiglia di Mina, la sua fidanzata.
Il film non è fatto solo dai tentativi di raggiungere la costa inglese che questi uomini riescono persino a vedere in lontananza, è fatto soprattutto da un progressivo avvicinamento alla dura realtà di uomini che dall’esterno sembrano profondamente estranei alla nostra vita.
Uomini chiusi, frustrati, spesso maltrattati, che dapprima vediamo in gruppo e solo mentre il film procede ne scopriamo i volti. È un avvicinamento che il regista ci rende possibile attraverso il rapporto che si istaura tra Bilal e Simon (Vincent Lindon).
Simon è un istruttore di nuoto che sta affrontando il divorzio con la moglie. È un uomo ormai rassegnato alla sua solitudine. I due si incontrano nella piscina comunale della città perché Bilal vuole imparare a nuotare; in realtà dopo un tentativo fallito di attraversare la Manica nel retro di un camion, Bilal si convince che per lui l’unico modo di raggiungere l’Inghilterra è a nuoto.
Ed è in piscina che tra Simon e Bilal nasce un’amicizia silenziosa, all’inizio si guardano con sospetto, con quella diffidenza di chi si avvicina per la prima volta a una realtà che non conosce e quella di un ragazzino che evidentemente non è mai stato abituato ad essere aiutato. Simon sa che l’idea di nuotare fino alle coste inglesi è folle ma insegnare a Bilal a nuotare gli sembra l’unico modo per aiutarlo, l’unica cosa che il ragazzo voglia veramente.
E in quel ragazzo Simon ritrova una ragione di vita, per aiutarlo è pronto a correre il rischio di infrangere la legge e la infrange, come se ormai solo il coraggio di un signolo possa in qualche modo contrastare la violenza che dilaga tanto nelle opinione della gente quanto nelle istituzioni. Emblematica l’inquadratura dello zerbino con la scritta Welcome all’ingresso della porta del vicino di casa di Simon, lo stesso che lo denuncerà alla Polizia accusandolo di ospitare clandestini.
Nello stesso tempo la determinazione del diciassettenne sembra in qualche modo spingere Simon a opporsi anche a quel divorzio che lui non vuole perché ancora innamorato della moglie.
Le due storie si intrecciano, i due personaggi sono simili nonostante la loro sostanziale diversità: vorrebbero salvare la loro vita attraverso il loro amore, ma se Bilal è pronto a tutto, Simon è invece rassegnato.
Questa intrinseca diversità diventa palese nelle stesse parole di Simon nel momento in cui Bilal scompare con la muta da nuoto per tentare l’attraversamento; dopo aver avvertito la Capitaneria di Porto dicendo che suo figlio è scomparso in mare (“per un clandestino non si darebbero molto da fare” si dice nel film), lo vediamo parlare con la sua quasi ex moglie: “Sai perché vuole attraversare? Per vedere la sua ragazza. Si è fatto quattromila chilometri a piedi e ora vuole attraversa la Manica a nuoto. Io non ho saputo neanche attraversare la strada per fermarti”.
La storia che Philippe Lioret ci racconta affonda le radici nel reale non solo perché descrive cosa sono disposti a fare i giovani immigrati irregolari per raggiungere l’Inghilterra, ma perché fa dell’autenticità una cifra stilistica: la regia quasi scompare dietro alla storia, i movimenti di macchina diventano essenziali e funzionali, non c’è sfarzo, non c’è finzione. Gli stessi attori, a cominciare da Vincent Lindon sono composti, l’intensità dei loro sguardi e dei loro gesti è silenziosa, Firat Ayverdi, alla sua prima prova da attore, è stato scelto proprio per la sua autenticità, afferma il regista durante un’intervista per l’uscita del film.
Un film poco premiato che merita di essere visto.

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