UBRIACO D’AMORE

recensione di adelaide spadafora

regia: Paul Thomas Anderson
sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
fotografia: Robert Elswit
musica: Jon Brion
produzione: USA, 2002
interpreti principali: Adam Sandler, Emily Watson, Philip Seymour Hoffman
durata: 189′
premi: vincitore del premio per la regia alla 55ª edizione del Festival di Cannes

«Sono una brava persona e mi faccio gli affari miei, quindi dimmi che finisce qui prima che ti faccia nero di botte.»

Punch-drunk love (il titolo originale è sempre meglio, rassegniamoci, in italiano è tradotto con un insipido Ubriaco d’amore) è il quarto film di Paul Thomas Anderson. Barry Egan (un impacciato Adam Sendler) è un bizzarro e solitario individuo, complessato anche per merito delle sue sette sorelle che lo assillano con telefonate insistenti, lo prendono costantemente in giro e lo trattano come un fenomeno da baraccone. Barry è un uomo spaventato ma curioso, che piange spesso senza motivo, imbarazzato dall’idea che ha di se stesso e che non ama stare al centro dell’attenzione. È preda di attimi di folle violenza, prende a pugni una vetrata e sfascia il bagno di un ristorante senza un apparente motivo, e per questo ammette di non piacersi a volte. Ha un’azienda che vende accessori per il bagno (gli stura-lavandini sono il suo forte, ma vorrebbe “diversificare” gli affari). Approfitta di un errore di marketing, collezionando una quantità imbarazzante di budini i cui buoni possono essere convertiti in viaggi aerei, anche se lui l’aereo non l’ha mai preso. È un essere umano in difficoltà, disorientato e sprovvisto di un qualsivoglia sistema di autodifesa. Un giorno, forse per noia forse per solitudine, chiama una linea erotica che gli complicherà non poco la vita. Il giorno successivo, all’alba, recupera un armonium abbandonato sul ciglio della strada che diventerà una sorta di talismano portafortuna e sempre quel giorno incontra Lena (Emily Watson) di cui si innamorerà follemente e che lo renderà presto consapevole della sua forza, permettendogli di diventare una persona “normalmente” felice e appagata. I piani larghi, le inquadrature fisse, i numerosi piani-sequenza e una fotografia (di Robert Elswit) intima e penetrante, permettono di restare affascinati da un personaggio atipico e difficile, dal suo particolare modo di stare al mondo, dalla sua capacità di essere frainteso, dal suo irruente metodo di risolvere i problemi e dalle sue grottesche tattiche di conquista.

Paul Thomas Anderson, complice anche una colonna sonora (di Jon Brion) a tratti ansiogena e altrove romantica, ci regala un film che non è la solita storia d’amore, ma un percorso multisensoriale da assaporare a occhi aperti e orecchie attente. Philip Seymur Hoffman, nelle vesti di un losco e cafone impresario, non poteva che essere la ciliegina sulla torta di questo piccolo capolavoro.

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