BROTHERHOOD-FRATELLANZA

di Nicolo Donato

recensione di daniele papa

Due cuori e una svastica. Se era la stessa Giulietta Capuleti a pronunciare “il mio unico amore spunta dal mio unico odio” è difficile dimenticare come, nelle letteratura e nel cinema, questi due sentimenti siano sempre stati a braccetto, motori delle storie amorose come delle più nefande tragedie umane. Ed è di questo che parla “Brotherhood”, opera prima del giovane regista danese (di evidente origine italiana), Nicolo Donato, che due anni fa attirò l’attenzione raccontando dell’infausta passione che nasce tra i naziskin Lars, ex militare che non sa che fare della sua vita,  e Jimmy, che fa parte di un gruppo di estrema destra, e in questo contesto non esattamente molto gay-friendly si svilupperà tra i due un sentimento proibito e rischioso.

Annunciato come film scandalo, in realtà la sceneggiatura si concentra molto di più sulla storia privata dei protagonisti, mentre il fenomeno delle destre estreme nella democratica e sempre meno ospitale Danimarca è meno tratteggiato e lasciato come scenario motore del dramma. Allo stesso modo, pur con alcune ingenuità e sbavature, il regista sorprende per aver tenuto a bada retorica e luoghi comuni nel contrapporre l’illogicità di un amore viscerale e impossibile alla disarmante ottusità di un microcosmo formato sull’ideologia del Terzo Reich, e composto da picchiatori omofobi e razzisti.

Non tanto quindi un film sull’assurdità del movimento nazi, alla ”American History X”, né una storia d’amore segreta alla “Brokeback Mountain”: per me diviene un film sulla difficoltà di costruzione del sé, come insieme coerente di un sistema di valori in una realtà troppo difficile e complicata per essere compresa, tema esemplarmente tratteggiato quando uno dei protagonisti dice all’altro “A noi i froci non ci piacciono” dopo aver appena consumato una notte d’amore. In “Brotherhood”, infatti, il vero conflitto è tra l’identità “Noi” che dà sicurezza e un sistema legittimante alla propria narrazione, e l’identità “io”, che invece segue il suo istinto individuale e le sue irrefrenabili pulsioni sensuali, con il rischio di perdersi in esse.

Un film senz’altro imperfetto, ma che deve il proprio pregio e la propria originalità nell’essersi concentrato sulla dimensione intimista dei personaggi, intenti a dover conciliare aspetti della propria realtà così antitetici: non è una storia d’amore estremo quindi, quando la rappresentazione, estremizzata, di un dramma che viviamo tutti ogni giorno, perché nessuno riesce mai a mantenere coerente il personale sistema di valori al proprio vivere quotidiano.

E in questo desiderio, e nella grande difficoltà, di “dover essere qualcosa” in una società che conosce il progressivo indebolimento degli apparati identitari tradizionali, come i partiti politici e le istituzioni religiose, sono soprattutto i giovani i primi a essere attirati da organizzazioni che danno risposte semplici a domande complesse, indicando il capro espiatorio negli immigrati o in altre minoranze sociali: una dinamica che diviene ancora più importante evidenziare in un giorno come questo, per non dimenticare quando qualcuno s’inventò, e sfortunatamente venne anche creduto, che sarebbe bastato sterminare una razza per poter raggiungere la ricchezza e la felicità.

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