Shame

di Steve McQueen

recensione di daniele papa

Shame, la vergogna. Eppure del comune senso del pudore in questo film ce n’è davvero poco. Un film duro, che difficilmente vi piacerà, ma che sicuramente non vi lascerà indifferenti. Difficile da digerire, perché, di fatto, nulla accade: nessun personaggio attraverserà un cambiamento o una vera trasformazione durante tutto il corso del film.  Steve McQueen, e non parliamo del celeberrimo attore ma di un regista emergente, sceglie infatti di utilizzare inquadrature fisse e lunghi piani sequenza, quasi che al posto delle videocamere ci fossero delle webcam, per registrare con la stessa freddezza (data anche da un’algida fotografia) una realtà immutabile, dove i protagonisti conversano, discutono e si battono senza mai arrivare a nessun cambiamento d’opinione, a nessuna evoluzione.

Per questo forse un film che lascia un gusto amaro in bocca, come qualcosa di imperfetto e indefinito. E’ un’opera che parla della solitudine, ma anche soprattutto dell’incapacità di relazionarsi agli altri: nei tempi dell’ipercomunicazione, della vita scandita attraverso status, twittate e facili hook-up, nella New York dei ristoranti alla moda che si affacciano sui grattacieli, sembra che non ci si relazioni se non per insultarsi, cercare di sedurre, o perseguitare chi ha osato abbandonarci. E in effetti è di poche parole anche il protagonista Brandon, interpretato dall’ottimo Michael Fassbender, che presta il suo volto duro (e i suoi genitali ipertrofici) per interpretare un uomo vittima delle sue immediate pulsioni, tale che a una relazione reale con una donna preferisce dilettarsi con prostitute, pornografia e webcam. Un personaggio che non riesce ad avere un rapporto vero neanche con la sorella (se non con velate tonalità incestuose), ragazza interrotta che invece ha scelto di esperire il suo mal di vivere non con l’eros, ma con il thanatos , cioè autolesioni e pensieri suicidi.

Shame, a dispetto del titolo, non è per niente un film scandaloso: neanche nelle numerose scene di sesso lo spettatore riesce comunque a essere turbato, né a trovare un qualche erotismo: anche il sesso a due (o più) è ridotto a masturbazione, ginnastica da camera, trastulli d’animali come li vediamo nei documentari. Perché qui non parliamo di un film immorale, ma piuttosto amorale: il problema stesso del sesso e dei sentimenti viene visto soltanto nella visione solipsistica dei personaggi, ognuno ripiegato in se stesso, e dove il problema della morale non può essere attraversato perché indicherebbe, in maniera imprescindibile, il doversi relazionare con l’altro e con il mondo in cui si vive. E’ un film che non indaga quindi sulla dipendenza dal sesso, quanto sull’irrealtà delle relazioni umane e sulla mancanza di un sistema di valori comuni che possa dare un senso alle singole esistenze: nella società, nell’amore e nelle identità liquide, cosi puntualmente definite e descritte dal sociologo Baumann, la vera pornografia, l’unica che veramente riesce a colpire e a scandalizzare questo volubile comune senso del pudore, sembra essere quella dei sentimenti messi a nudo, perché è una realtà sociale dove si parla tanto per non dirsi nulla, dove non esiste empatia.

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