Midnight in Paris

di Woody Allen

recensione di giorgia favaro

Uscire dal cinema leggeri, con in testa le note della colonna sonora, gli occhi sognanti e un po’ lucidi -sarà stato il buio, sicuro – un sorriso ebete stampato in faccia e con la morbida sensazione di trovarsi in qualche rue parigina, di notte, a passeggiare. Salvo poi essere prepotentemente richiamati alla realtà dal clacson del gentile automobilista che ci ricorda che è il marciapiede, e non la rue, il luogo ideale dove lasciarsi trasportare dalla fantasia e dal codice della strada. Non avrei mai immaginato che un film di Woody Allen – sì, proprio quel Woody Allen – potesse farmi sentire così.

Non seguendo il gossip – davvero – non saprei dire se Woody si sia innamorato, se abbia trovato la pace dei sensi sulle sacre rive del Gange, o ritrovato il suo tesoro nascosto di quando era bambino. Fatto sta che chi si accinge a vedere questo film con l’intenzione di spararsi un’endovena di cinismo o di prendere nota mentale di nuovi psicofarmaci e medicinali eccitato all’idea di riaggiornare la propria lista personale, rimarrà deluso. O, come me, piacevolmente sorpreso e colpito.

Un insospettabile Owen Wilson – sì, quello biondo col nasone – sceneggiatore hollywoodiano di polpettoni iuesei, si trova per motivi professionali a Parigi con la promessa sposa Rachel McAdams, bella e vuota, e famiglia vuota e borghese al seguito. Immediatamente stregato dalla città e desideroso di ascoltarne ogni sussurro, passeggiando di notte o girovagando tra le bancarelle dell’antiquariato, Gil si ritrova invece a scegliere poltrone da 20.000 dollari per la lista di nozze e ad ingurgitare tonnellate di nozioni preconfezionate da un sedicente professore universitario amico della sua promessa sposa che, al contrario di lui, sembra molto entusiasta. Sia dell’amico che della poltrona.

In crisi etica e prematrimoniale, aspirante scrittore di un romanzo mai fatto leggere a nessuno, sognatore a tempo pieno, Gil decide di perdersi e di farci perdere in una Parigi d’altri tempi in grado di rapire, nel senso più letterale del termine, il protagonista e lo spettatore nella sua atmosfera magica e nostalgica. Ci si ritrova così a bere e litigare con Scott Fitzgerald e Zelda, a dissertare di amore e morte con Hemingway, a farsi correggere il romanzo nel cassetto da Gertrude Stein, a parlare di rinoceronti con Dalì, Man Ray e Bunuel – quattro minuti scarsi che da soli bastano a rendere l’intero film degno di essere visto – ed infine a perdere la testa per Adriana, musa di Picasso, già di Modigliani, interpretata da un’incantevole Marion Cotillard.

Rifugiandosi in un passato perduto che corrisponde alla sua dimensione interiore, Gil ritrova sè stesso e la sua vera natura. Come una Cenerentola all’incontrario, che allo scoccare della mezzanotte smette di scappare ed accetta che la zucca ritorni carrozza, si rende conto che se con una donna la realtà diventa insopportabile e con l’altra impossibile, ce ne deve essere per forza una terza capace di rendere quella realtà il vero sogno, nel quale vivere e condividere le piccole e grandi passioni ed inclinazioni capaci di renderla tale.

Voglio mettere in chiaro da subito che non mi importa niente di quelli che diranno – e ce ne saranno, eh – che si tratta di un film banale, scontato, melenso e blablabla e che godranno nel decretare la fine di un genio, la fine di un’era, la fine del mondo.

Woody per una volta ha voluto vedere il bicchiere nè mezzo pieno nè mezzo vuoto, ma semplicemente come un contenitore trasparente dove ognuno può versare la bevanda che preferisce. Bevete in santa pace e godetevi il panorama per stavolta, ché a guardare il dito, se il dito indica il cielo, potete ricominciare anche appena finito di canticchiare la musica dei titoli di coda. Touché? 

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  1. Bellissima recensione di un film altrettanto stupendo 🙂 Woody ha una straordinaria capacità di cogliere ogni sfumatura dell’animo umano e di tutte le emozioni che è in grado di provare,dalle più subdole alle più pure 🙂

  2. Ma questa idea del viaggio onirico nel tempo incontrando artisti del Novecento di tutte le discipline è mia. Me l’ha scippata.

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