Non Lasciarmi

(ché il tempo è poco)

di Mark Romanek

recensione di francesca chiappalone

Dopo aver visto Non lasciarmi ci sono una serie di fasi che, almeno io spettatrice, ho vissuto: la malinconica digestione della storia appena vista, l’ovvia scoperta che la realtà in cui viviamo è fortunatamente diversa e la presa di coscienza della nostra vera e tangibile stupidità.
Portando sul grande schermo l’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore nipponico, Non lasciarmi (in originale Never let me go), il regista Mark Romanek (One hour photo) prende il materiale fantascientifico della storia e lo mischia a un’indagine generale della vita umana, della sua miseria, della confusa e tragica matassa interna ad essa. Una matassa piena di nodi cocciuti e con un timer che non puoi fermare.
In un collegio, apparentemente rigoroso e organizzato come ogni altro istituto, Kathy, Tommy e Ruth vivono le loro esistenze insieme agli altri ragazzini, le loro giornate sono scandite da lezioni, giochi e dalla nascita dei loro affetti e delle loro amicizie. Immersi nelle loro abitudini il loro rapporto, fatto di amore e gelosia, crescerà complicandosi.
Succede a tutti. Le dinamiche delle relazioni diventano nutrimento e problema per ogni essere umano, poco importa l’età, il sesso, la fiducia e la diffidenza che si hanno nei confronti dell’esistenza.
Così Kathy, Tommy e Ruth s’innamorano, si cercano, si feriscono, come ogni persona dotata della propria matassa e del solito timer. Solo che il loro cronometro invisibile non è proprio uguale a quello del resto della gente. La linea del tempo, il suo allungarsi nelle stagioni e nella loro crescita di individui, è differente. Più intensa e sfortunatamente molto più breve.
La sofferenza di questa scoperta, l’essere carne al servizio di una vita più lunga che sarà però di un altro, rende i protagonisti di questo film ancora più umani, perché soli, senza possibilità, con l’amore tra le mani e troppo poco tempo per utilizzarlo.
Il regista maneggia questo destino dolorosissimo con tanta delicatezza, senza accelerazioni, senza attacchi gratuiti, con l’aiuto di una fotografia e di una luce tenue che facilitano la malinconica digestione del film.
Poi, le domande che restano, sono sempre le stesse. Perché le persone si mettono sempre i bastoni tra le ruote pur di non amarsi, perché il tempo diventa così spesso il cattivo della situazione e non un aiutante, ma soprattutto perché noi, quelli che non siamo cloni dentro un film di Mark Romanek e che abbiamo un conto alla rovescia forse più generoso, continuiamo comunque, a volte, a non utilizzare al meglio il tempo che abbiamo?
La presa di coscienza della stupidità, l’avevo detto.

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Un Commento

  1. Francesco prestia

    :-).

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