Cose dell’altro mondo

di  Francesco Patierno

recensione di fabio torrico

Un tuffo nel passato. Un mattina come tutte le altre, in un’operosa cittadina del nord est, le sveglie suonano, le persone iniziano le loro giornate, tra impegni di lavoro, parenti anziani che necessitano di essere accuditi, bambini da portare a scuola, commissioni da svolgere.
La notte precedente, un violento nubifragio, manifestatosi d’improvviso, ha seminato scompiglio e disagi ed al risveglio, il cielo è ancora plumbeo e carico di nuvole minacciose; tuttavia non è solo il tempo meteorologico ad essere cambiato.
Le lancette dell’orologio sono improvvisamente tornate indietro, riportando di colpo l’Italia ad essere quella che fu prima dell’avvento della così detta società multietnica.
Un’Italia affine a quella che possiamo vedere in certi film di Vittorio De Sica, nella quale, “lo straniero” è veramente tale, e per le strade si sente parlare italiano, qualche volta, e una mescolanza di dialetti, più di frequente.
Colpa forse di un improbabile imprenditore/ telepredicatore (Diego Abatantuono) il quale, proprio il giorno precedente aveva scagliato il suo grottesco anatema contro tutti i “non Italiani” invocando un “uragano purificatore” che li facesse tornare ai loro paesi d’origine all’istante.
Detto, fatto.
E adesso che “loro”, “gli altri” non ci sono più, poco a poco si prende coscienza di come, questi così detti “altri”, fossero in realtà parte del “noi” e ancora di come, senza costoro, questa unità risulti incrinata.
Oltre infatti, al disastroso impatto che questa improvvisa assenza comporta per tutte quelle (molte) aziende che hanno fatto della mano d’opera dei lavoratori migranti la spina dorsale della loro forza lavoro, dilaga il vuoto lasciato nel mondo degli affetti, della famiglia, della scuola, all’interno della quale i bambini di origini Italiane, increduli e tristi, invocano il ritorno dei loro compagni svaniti come nebbia all’alba.
E’ un affresco amaro quello che emerge dalla pellicola di Francesco Patierno, che ci mostra un’Italietta ipocrita, piccolo borghese, incapace di cogliere (con l’unica eccezione della realizzata, seppur non priva di problematicità legate ai retaggi razzisti appresi dagli “adulti”, integrazione costruita tra i bambini) “l’occasione” di riplasmarsi e superare il proprio egoismo e particolarismo “approfittando” della straordinaria opportunità costituita dalla possibilità di avere un incontro con persone latrici di un bagaglio culturale, di schemi di pensiero, differenti da quelli nostrani.
Anche i personaggi che popolano questo mondo “post apocalittico” appaiono essi stessi estraniati, clowneschi, a partire dal sarcastico e disincantato commissario Ariele (Valerio Mastandrea), seguitando con una galleria di figure “macchiettistiche” e prettamente caricaturali.
Resta escluso da questo girone il personaggio di Laura ( Valentina Lodovini ), maestra d’asilo, che ben comprende come i piccoli figli di migranti rappresentino una straordinaria potenzialità per la società futura, che se non sarà capace di approfittarne, è destinata a divenire sempre più chiusa e xenofoba.
Il film è liberamente ispirato alla pellicola “A day without a mexican” di Sergio Arau e Yareli Arizmendi, uscita nel 2004 e assai poco conosciuta in Italia, ove si narra una vicenda affine a questa, ossia della “scomparsa” repentina dei migranti Messicani, senza dei quali le facoltose famiglie statunitensi si scoprono incapaci di provvedere autonomamente alle loro più basilari necessità.
In conclusione, nonostante qualche occasionale caduta di stile e un montaggio ed una fotografia non sempre impeccabili (sequenze disomogenee, a tratti “confuse”) resta una pellicola interessante, che propone una riflessione oltremodo seria e riesce nel contempo a strappare un sorriso.

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