Detour

di Edgard George Ulmer.

recensione di daniele papa

Quello di cui scrivo oggi è un film che non potete non aver visto se siete dei veri cinefili. Si tratta infatti di quello che è stato definito “il b-movie più costoso della storia” ed ha ispirato cineasti del calibro di Scorsese e Lynch: quindi, al di là che poi vi piaccia o no, dovete per forza vederlo. Si tratta di “Detour”, classe 1945 (ebbene si, io rimango sempre in quel periodo) scritto e diretto da Edgar Ulmer, regista ceco già assistente di Murnau, emigrato a Hollywood dove produsse più di 120 lungometraggi di genere.

Il film è stato realizzato in 6 giorni e in effetti è evidente lo sforzo di ovviare a evidenti carenze economiche e produttive: ciò nonostante rimane un piccolo gioiellino del genere, un road-movie girato principalmente in due ambienti (l’interno di un’auto e una stanza d’albergo), un film amaro che narra le vicende di Al, pianista mezzo fallito che, per ricongiungersi alla sua amata, parte per un viaggio verso Hollywood per poi incapparsi in situazioni sempre più no-sense, fino a un inaspettato epilogo finale.

Ho letto molte recensioni che parlano di quest’opera come rappresentativa dell’ineluttabilità del destino nelle vicende umane: secondo me invece è piuttosto il senso della colpa il tema portante che permea tutto il film e che mi ha fatto pensare agli archetipi tipici della tradizione letteraria greca. In effetti le similitudini tra il protagonista Al e un eroe classico sono molte: potremmo anche azzardare paragonandolo ad un Ulisse moderno che, per ritornare al suo focolare domestico, parte per un viaggio alla scoperta delle insensatezze e i misteri del mondo. E come l’Odisseo si imbatterà in strani personaggi, tra cui una Circe alcolizzata e malata di tisi, che cercherà di tenerlo legato a sé segregandolo non in un’isola lussureggiante ma in una squallida camera d’albergo, costringendolo ad amarla non per effetto di un incantesimo, ma sotto la minaccia del ricatto.

E’ però vero che è un’odissea senza dei, dove gli uomini sono vittime di un fato che non spiega le sue ragioni, ne lascia insegnamenti. Tutto il film è infatti costruito su un’assurdità dello sviluppo, o meglio del non sviluppo della trama: per realizzare il loro ideale di felicità, e pian piano che si avvicinano a Hollywood, l’ideale romantico diviene sempre più lontano e sempre meno importante, poiché le situazioni precipitano attraverso le morti fisiche, o anche soltanto morali, degli stessi personaggi.

Nonostante non condivida il novanta per cento delle sue recensioni, ho consultato il dizionario Mereghetti per vedere cosa ne pensasse e ho visto che, straordinariamente, attribuisce al film 4 stelline: scrive infatti che il film è interessante perché utilizza gli schemi tipici noir per poi innovarli profondamente e rovesciandone ogni logica narrativa. Ed è proprio questa stessa logica narrativa che il protagonista cerca di recuperare nel vano tentativo di comprendere la razionalità di una serie di avvenimenti completamenti irrazionali, la ricerca di un filo del discorso mirabilmente rappresentato nella scena in cui Al tira invece il filo del telefono per impedire a Vera di denunciarlo alla polizia (e scoprirete poi che cosa accadrà).

Non si può definire un vero film noir, se vogliamo considerare gli stilemi estetici del genere, poiché, come suggerisce il titolo stesso, Detour è un film “deviato”. Potremmo dire che vi é l’uso della luce irrealistica che crea un mondo della penombra, e una serie di crimini e di personaggi corrotti, elementi tipici del noir; ma, allo stesso modo, non è protagonista, per esempio, la città (come in ogni film di questo “genere”), quanto è la “strada” che assurge a percorso di trasformazione del protagonista. E’ infatti in ogni morte che avviene, sempre per caso, che il protagonista assume, più o meno passivamente, un’identità nuova e differente, cosi come un nuovo nome, e in questo gioco delle parti alla fine è l’idea stessa di identità che viene abbandonata, poiché Al non ricorderà più il suo vero “sé” se non come “maschera” utile a ingannare gli altri e avere salva la pelle.

Non vi tolgo nulla dicendovi che Al non arriverà mai a Hollywood, ne riuscirà più a tornare indietro: resterà in un bar imprecisato, un luogo senza nome come lui stesso è diventato, un limbo dove sconterà una pena tanto ingiusta quanto inspiegabile. Un film senz’altro da vedere, ma anche con mille difetti, per esempio un montaggio con transizioni a tendina che faranno rabbrividire i più: allo stesso modo, un b-movie che ha senza dubbio influenzato e ispirato i più grandi film noir successivi, e chiedo a voi di scoprire il perché.

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