Jin-Roh: The Wolf Brigade

di Hiroyuki Okiura

recensione di fabio torrico

Capita spesso, ancora oggi, di imbattersi in quello che potrebbe essere definito un colossale equivoco, ossia la convinzione, tutt’ora persistente anche nella fascia d’età così detta “giovanile”, che i film d’animazione siano in quanto tali concepiti per un pubblico infantile.
Evidentemente ciò è quanto di più distante possa esserci dalla realtà e una pellicola quale è “Jin-Roh” costituisce un esempio lampante in tal senso.
Sceneggiato da Mamoru Oshii, indiscusso maestro dell’animazione nipponica, autore di diverse serie animate celebri anche in Europa quali la serie “Patlabor” ed le pellicole ispirate al genere letterario “cyberpunk”, come “Ghost in the Shell” e diretto da uno dei suoi più promettenti allievi, Hirojuki Okiura, il film è ambientato in un contesto fantapolitico e costituisce un’ucronia, una storia ambientata in un tempo che non è stato, ma sarebbe potuto essere.
Così come nel celebre romanzo “Fatherland” di Robert Harris, anche qui ci troviamo negli anni 60’ ed al potere in Giappone c’è un regime autoritario di stampo fascista, il quale non tollera il dissenso in alcuna forma e reprime duramente ogni forma di protesta organizzata.
Parimenti ai pretoriani che sarebbero dovuti essere (e spesso ne erano al contrario i carnefici) i custodi della sacra persona dell’Imperatore, in “Jin-Roh” la brigata che risponde al sinistro appellativo di “Kerberos Corps” è l’ultima linea difensiva del regime e nel contempo anche il suo principale strumento di dissuasione: composta da soldati scelti addestrati alla più cieca e fanatica obbedienza, si caratterizza per il fatto che coloro i quali ne fanno parte indossano delle particolari armature, rivisitazione in chiave tecnologica di quelle che portarono gli antichi Samurai, capaci di resistere alla maggior parte degli attacchi e che rendono quasi inarrestabile chi le porta.
Quasi.
Se infatti la fredda materia della quale sono fatte le armature sembra essere impenetrabile, altrettanto non si può dire del cuore degli uomini che le animano: ed è proprio questo il nocciolo della vicenda narrata.
Il protagonista, da principio fanaticamente convinto della correttezza della sua posizione e di come questa premessa bastasse a giustificare le brutali azioni compiute, si trova a fronteggiare una grave crisi di coscienza quando, dopo aver assistito al suicidio di una bambina – kamikaze che fuggiva braccata proprio dalla sua brigata, comprende per la prima volta che grado di disperazione ci sia dietro agli atti di guerriglia messi in opera dalla così detta resistenza; così, almeno per un po’, dismetterà i panni del lupo per farsi uomo tra gli uomini e intesserà un pericolosa relazione amorosa clandestina con una giovane donna che sostiene d’essere la sorella della bambina suicidatasi e che è indubitabilmente un membro attivo della resistenza stessa.
Ma come nella storia dello scorpione che punge la tartaruga che gli aveva permesso di traversare il ruscello, condannando a morte sicura entrambi, solo perché questa era la sua natura, così un lupo rimane sempre tale, anche quando, come nel nostro caso, non indossa più la sua pelle metallica e difficilmente si rivolta contro il suo branco …
La favola di “Capuccetto Rosso” alla quale non mancano espliciti richiami durante tutto il corso della narrazione, rappresenta il punto di partenza sul quale è basata una storia dai molti significati metaforici; il lupi, caratterizzati dal loro tenace spirito di corpo, rappresentano la refrattarietà al cambiamento caratteristica della società giapponese, mentre i così detti “terroristi” che sono destinati ad essere preda, come la bambina vestita di rosso che si avventura nel bosco, simboleggiano l’impossibilità di una transizione indolore da un assetto sociale rigidamente tradizionalista ad uno più in linea con le aspirazioni delle nuove generazioni.
Una cosa, tuttavia, è certa: della figura “riparatrice” del cacciatore, che libera la bambina dal lupo cattivo, in questo racconto, non vi è traccia.
Da vedere.

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