I’m so happy

racconto di Francesca Chiappalone

–        Ecco lei. Guarda. Facciamolo su di lei.

–        Dove?

–        A sinistra, la ragazza seduta al tavolino da sola.

Era un gioco che facevamo spesso nelle pause pranzo. Io e Chiara stavamo insieme da quasi quattro anni, da semplici conoscenti eravamo diventati amici, poi amici anche sotto il piumone, poi colleghi e alla fine eccoci, senza neanche averlo cercato o detto, una coppia che divide quasi ogni ora della giornata e buona parte delle notti. Io e Chiara.

Per tutti siamo acciaio inossidabile, per me è diventato come lavarmi i denti prima di andare a dormire. Siamo grandiosi insieme è vero, ma non mi manca più il fiato quando si spoglia, a volte neanche lo noto.

La sera non ci saltiamo più addosso come due esseri umani colmi di appetito e attrazione verso l’altro e il giorno, nella pausa pranzo, ci mettiamo a fare questi stupidi giochi pur di non guardare in faccia la noia e il silenzio che ormai ci seguono da un po’. E’ molto più semplice e divertente guardare gli altri e inventarsi una storia dal cappello che indossano, piuttosto che guardare la nostra.

Chiara aveva appena notato un signorotto sui cinquanta, giacca rossa ed una faccia un po’ sudata, era bastato questo per farlo diventare un agente dello spettacolo, in attesa della nuova ragazzina votata al piccolo schermo e con il sogno di conoscere Leonardo di Uomini e Donne. Guardava spesso l’orologio e sembrava nervoso, così Chiara gli aveva dato una pennellata di sfiga, una serie di appuntamenti andati male e un po’ di debitucci perché, si sa, tutti abbiamo i nostri vizi.

–        Guardala…io la intitolerei I’m so Happy.

Mi sono girato a guardare la futura vittima della noia della mia compagna e per un attimo non ho sentito più nulla, le orecchie si sono tappate e la pressione é scesa. Il vestito blu le scendeva morbido sul corpo e i capelli, dio com’erano cresciuti. L’ultima volta che l’avevo vista portava ancora i capelli corti, ma sono passati anni, tanti anni, chissà quante cose sono cambiate nella sua vita, i suoi capelli rossi sono solo un pezzo su duemilanovecentonovantanove che invece mi mancano.

Sarebbe stata perfetta se non fosse stato per quella faccia triste.

–               Dai Chiara.

–               Che c’è? Lo facciamo sempre, è pura fantasia…guardala, sembra una cartolina…un vestito blu che nasconde un’anima ferita, chiusa fin dalla nascita, è sempre stata una ragazza timida, una di quelle che stanno per i fatti loro, poco socievole…

–                A me piace quel vestito.

In quel periodo non ero molto interessato alla vita sociale. In realtà non ero interessato nemmeno a quella politica o economica del paese. Mi limitavo al mio quartiere, perché, se proprio dovevo uscire da casa, avevo la fortuna di girare l’angolo a sinistra e trovarmi accanto tutto quello che serviva: Carmela, la signora dell’alimentare,  Maurino, Bar Pizzeria nonché, per mia fortuna, sala tabacchi, e il meglio, Saverio, edicola libreria, quello che ultimamente mi ripropone Lolita e Il Paradiso Perduto e non si ricorda più, maledetta vecchiaia, che il primo l’ho comprato da lui e il secondo, letto restando in edicola, a intervalli, mi ha fatto pure schifo.

Comunque non era un gran periodo, restavo a casa a fare finta di cercare un lavoro, mi cibavo di tutto quello che poteva capitarmi tra la mani e dormivo. Lei comunque era lì, nonostante la maglietta dei Beatles che indossavo da settimane, nonostante le bottiglie di Ceres che lasciavo per la casa come opere di pop art scadente, era lì, mentre ruttavo sul mondo e impersonavo con maestria il ruolo di vegetale. Non mi spingeva, non mi giudicava, non se la prendeva se mi trovava alle due del pomeriggio ubriaco e contento davanti all’ennesima puntata dei Simpson.

Quel giorno mi arrivò alle spalle e si appoggiò alla mia guancia ruvida, Come sto?

Addosso aveva un vestito blu, semplice e scollato, uno di quei vestiti letali, Quanto sei bella. Iniziò a slacciare i piccoli bottoni, sorridendo, e intanto mi osservava. Per prime arrivarono le spalle, poi il seno, l’ombelico e alla fine gli spigoli dei suoi fianchi. Si sedette vicino a me, nuda, ed io respirai.

Io e il mio vestito, dopo, faremo una passeggiata con te.

 

–                 Diciamo che ti piace quello che s’intravede dal vestito.

–                 E’ una bella donna Chiara, è normale notarlo.

–                Bella, triste con il suo vestito blu, forse ha passato la scorsa notte tentando di fermare il suo uomo, probabilmente sposato, non riuscendoci avrà pianto e pianto, fino a che non si sarà guardata allo specchio. Allora avrà iniziato a ricordarsi che non tutto è perso, che lei è ancora bella e così, dopo un’occhiata all’armadio, avrà indossato qualcosa che poteva funzionare da promemoria.

–                    Magari ha avuto una brutta notizia e basta.

–                    Che gioco è così allora?

Guardavo Chiara e provavo fastidio. Avrei voluto prendere la tazzina che stringeva tra le mani e lanciargliela addosso. Era sempre stata così, pratica, sicura, con una punta di cinismo con la quale riusciva a pizzicare tutto. Chiara non é una di quelle che si scompone e difficilmente riesci a metterla in difficoltà, per gli altri é una tosta, per me significa dire si anche quando preferirei non dirlo. Però una cosa mi fa sorridere: se in questo preciso momento le dicessi che quel vestito l’ho già visto, Chiara cambierebbe posizione e mi guarderebbe persa. Non le verrebbero più in mente tutte quelle parole da dire, si fermerebbe solo a è lei?

 

Era da un pò che ripetevo quel discorso nella testa. Avevo cercato le parole, sistemato le frasi, cancellato e cambiato l’ordine delle cose da dire. Era il giorno giusto, avevo finalmente lavato i vestiti e mi ero rasato, ogni tanto, zitto, aggiungevo qualcosa nel mio monologo e intanto passavo l’aspirapolvere. Lei aprì la porta e si guardò intorno cercando di far coincidere l’immagine che aveva di casa mia con quella che le sembrava un sogno.

Le tappai la bocca. Non parlare, parlo io per primo. Sono stato un idiota in questi due anni, ho sbandato tra donne e feste e ridicoli lavori…l’unica cosa che mi faceva star bene ce l’avevo con me e intanto andavo a cercare da ogni altra parte. Tu mi hai fatto respirare capisci? Le risate migliori che ho fatto, così come le notti più belle erano accompagnate da te…non erano solo scopate, è vita e avrebbe fatto schifo se non ci fossi stata tu. Io voglio passarla  così, voglio solo che tu rimanga dove sei.

–                E se fosse una persona solare invece? Se fosse una di quelle persone positive, che si spaccano il culo per vedere il bicchiere sempre mezzo pieno? Magari è una ragazza normale, circondata da una folla di persone che le vuole bene ed ha avuto solo una brutta notizia.

–                Certo che potrebbe esserlo…ma è più divertente pensare che sia una escort che per oggi non ha azzeccato la tinta del vestito.

Mi sarebbe piaciuto schiaffeggiarla, con violenza, guardarle il viso scioccato e poi, subito dopo, dargliene un altro. Invece la osservai stringendo il velluto della poltrona.

–                    E se gli altri, in questo bar, facessero lo stesso con noi? Che ne dici? Se quel ragazzo laggiù, in fondo, vedesse in me, chissà, un triste insegnante segaiolo e in te, vediamo, una povera quarantenne acida, che non riesce a fermare la lingua nemmeno per un attimo?

Ci avevano presentati, eravamo vicino al tavolo degli alcolici, così le avevo versato un bicchiere di vino bianco e domandato Perché un altro master in letteratura? Non ti è bastata la laurea?  Sapevamo che avevamo intrapreso percorsi simili e sapevamo che non eravamo più al primo bicchiere, potevamo quindi prenderci in giro senza il rischio di offenderci.

Quando pronunciò il nome di Jane Austen iniziai a ridacchiare e lei, sorridendo, aggiunse

Solo perché sei carino, vestito di nero e con la faccia di uno che legge per trovare altra angoscia oltre alla sua, non inizierò ad elogiare il tuo…Fante o il tuo Céline. Li amo, ma non posso renderti la serata così facile. Quello fu il primo momento in cui pensai di volerla sposare.

Ovviamente non lo dissi. Mi limitai ad un banale touchè.

Dopo quel bicchiere di vino insieme cominciammo a girarci intorno. Le partite di basket, la rassegna su Woody Allen, le telefonate alle tre di notte per raccontarsi ogni minuscolo insignificante particolare delle, ai nostri occhi, terribili vite. Divideva con me la voglia di scappare via, la prima tennent’s della sera, i libri che ci regalavamo e anche il letto, qualche volta, quando entrambi sentivamo di amarci senza doverlo dire per forza. Lei era Jane Austen e Charles Bukowski insieme ed io, puntualmente, ogni mese, pensai di volerla sposare.

 

–                Ti rendi conto di quello che hai appena detto?

–                 Si Chiara.

–                 E’ così che mi vedi o è l’ennesimo modo carino di finire la pausa pranzo?

–                Cosa vuoi che ti dica?

–                 E’ così che mi vedi. Dio mio.

Anche lei, conoscendola, avrebbe voluto schiaffeggiarmi. Invece si alzò e senza parlare, senza neanche guardarmi, si girò verso la porta ed uscì. Chiara si era già scomposta abbastanza con quel dio mio.

Avrei dovuto seguirla, darle la possibilità di quello schiaffo e dire un’ultima volta si. Mezz’ora prima stavamo incrociando le forchette nello stesso piatto di patate al forno e, andando indietro di altre due ore, ci contagiavamo gli sbadigli seduti in riunione. Chiara non meritava di scoprire il mio odio in un’ultima mano di gioco, con il caffè ancora in bocca.

Arrivati a una certa età tutti conosciamo quelle regole che permettono una bella doccia alla propria coscienza, un galateo per sentirci giusti, corretti, e intanto ci stiamo solo lavando.

Invece, con tutta la sporcizia addosso, mi girai verso quel tavolino. Anche lei stava per uscire, così afferrai la giacca e mi precipitai veloce verso la porta. Misi venti euro nella mano della cameriera senza neanche fermarmi ed arrivai appena in tempo per darle una spallata.

Lei mi guardò cercando di far coincidere l’immagine che aveva di me con quella che le sembrava un sogno.

Ricominciai a pensare a quel terribile discorso che avevo preparato tanti anni fa, ricordavo ogni parola, ogni stucchevole sfumatura che avevo scelto pur di non dire che l’amavo.

Mi fermai dal ripeterlo di nuovo, anche se ne avevo una voglia assurda, e coprii le sue spalle con il braccio. Bel vestito Charlie.

 

 

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Un Commento

  1. Francesco prestia

    Brava,bello.

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