anime in delirio

di  Curtis Bernhardt

recensione di Daniele Papa

Quando mi chiedono quale sia il mio genere di film preferito e ho voglia di rispondere a una domanda un po’ senza senso per me (perché credo l’unica divisione possibile è tra bei e brutti film),  io comunque dico sempre il cinema noir, e il motivo é perché indaga sul lato oscuro della vita. In un film noir lo spettatore o decide di immergersi nel suo “dark side”, o ci scivola per caso, attratto da un altro sentimento, come nel film di cui scrivo ora la recensione, o meglio forse faccio l’analisi, vedete un po’ voi.

Il noir è comunque un “genere” trasversale che si sviluppa negli Stati Uniti e in Europa negli anni Quaranta, e che, contrario alla corrente del tempo, alla rappresentazione dell’ American Dream del boom economico preferì spostare l’attenzione sugli incubi e le contraddizioni della fiorente cultura e società americana. Molti registi, come Billy Wilder o Curtis Bernhardt, di cui parlo oggi,  erano esuli fuggiti dall’Europa nazista sbarcati ad Hollywood dove diressero film che criticavano, più o meno direttamente, l’illusione del sogno americano alla vigilia del secondo conflitto mondiale, ponendo il dito, in maniera più velata,  anche contro il sistema capitalista e il maccartismo di cui erano i prodotti.

Il tema del film “Possessed”, tradotto nel doppiaggio italiano con lo psichedelico “Anime in delirio”, in realtà non è direttamente politico, ma una storia d’“amor fou”. Ci si può ammalare d’amore, si può amare fino a morire d’amore, fino ad voler uccidere l’oggetto del proprio desiderio? Su questo tema così affascinante, e forse abusato, si basa il cupo noir di Curtis Bernhardt: é datato 1945 e magistralmente interpretato da Joan Crawford che presta il suo volto da sfinge per modulare tutti i cambiamenti di espressione di una donna che, per aver amato troppo, lentamente scivola nell’abisso della follia.  Ed è una donna già folle (e completamente struccata, un’eccezione notevole per la volitiva e vanitosissima Crawford) quella che troviamo all’inizio del film: sguardo vitreo, la bocca socchiusa come per esprimere qualcosa che ormai è divenuto inesprimibile, la protagonista Louise Howell entra in un bar e l’unica cosa che riesce a bisbigliare è il nome della sua ossessione “David, David…I’m looking for David…”.

E’ quindi il tema del delirio e della malattia il pilastro portante del film: bisogna infatti ricordare, e di questo Hitchcock ne diverrà l’interprete per eccellenza, che sono le teorie freudiane l’influenza maggiore del cinema noir e, anche in questo caso, tutto il film è costruito sull’analisi che lo psichiatra fa per individuare prima l’identità, e poi il problema psichico della protagonista.

Lo stesso crimine viene spiegato affondando le sue radici nella psicologia, fino a suggerire come spiegazione del suo essere che il crimine esiste perché tutti siamo potenzialmente criminali. Prendiamo una persona ordinaria e mettiamola in una situazione straordinaria: per la sua sopravvivenza, fisica o psicologica, ella diventerà una ladra, una truffatrice, o addirittura un’assassina, eliminando, come in questo caso, in maniera fisica quello che non riesce a eliminare psicologicamente dalla sua mente e dal suo cuore. Proprio per questo ci sono molti crimini in “Possessed” ed alcuni sono soltanto immaginati, mentre altri invece vengono desiderati, tanto che lo spettatore, totalmente immerso nella psicologia della protagonista, non riesce bene a distinguere quali sono avvenuti realmente o quali no. Questo è dato anche per la presenza massiccia della soggettiva, che ci porta a sentire empatia anche per un’eroina negativa come Louise, fino a provare pena per lei e per la sua vulnerabilità, completamente in balia degli eventi.

Joan Crawford da anima pura (e vestita con una candida divisa da infermiera nelle prime scene, come per dare l’idea di una donna-fata) diviene sempre meno ingenua, e sempre più malvagia (preferendo anche sinuosi abiti neri, da vera dark lady, una donna-strega), e lo spettatore condivide con lei la percezione delle prime allucinazioni visive e uditive fino a scivolare lentamente nel buio della sua mente.

Allo stesso modo, non solo gli abiti,  ma anche l’ambiente rappresenta fedelmente i cambiamenti dei suoi stati d’animo: è una città fredda, alienante e inespressiva quella che attraversa Louise in stato confusionale e che ricorda la camminata sotto la pioggia di Parigi di Jean Moreau in “Ascensore per il patibolo”. In entrambi i film, è una città che resta indifferente al pathos delle protagoniste (entrambe implicate in un omicidio), ed è un elemento tipico del cinema noir. È la visione impersonale del mondo, è l’incomunicabilità esistenziale: una donna vaga sola e nessuno le presta attenzione. Nessuno sa che è un’assassina, perché non ha niente di diverso dagli altri, perché, pur sembrando una di noi, rappresenta il male che è divenuto banale, e quindi tanto più irriconoscibile.

Sono anche gli elementi naturali, come l’acqua e la pioggia, a rappresentare l’interiorità dei personaggi: il lago limpido e illuminato dalla luna è quello che vediamo nelle prime scene, quando ancora Louise culla la sua infantile illusione d’amore: torbido, buio e in tempesta, come in un quadro di Turner, lo stesso lago si presenta nella scenografia delle ultime scene, quando ormai la malattia mentale ha preso il sopravvento ed è completamente incontrollabile.

Se spostiamo l’attenzione allo sviluppo dei personaggi, interessante in questo film è il capovolgimento dei rapporti di genere: Joan Crawford non rappresenta una “femme fatale” tipica del noir anche se, come tutte le vedove nere, uccide il maschio dopo la delusione dell’accoppiamento. In realtà in “Possessed” siamo di fronte a un “homme fatal”, interpretato da Van Heflin, dongiovanni di provincia che seduce prima Louise e poi la sua figliastra, creando un dinamica intraparentale tra matrigna e figlia archetipo non solo delle teorie freudiane, ma anche delle migliori favole disneyane: una particolarità ancora più interessante, se si pensa che Walt Disney, dieci anni prima, si era ispirato proprio ai lineamenti austeri della Crawford per creare la fisionomia di Grimilde, la regina maga di “Biancaneve e i sette Nani”; così anche nel primo lungometraggio d’animazione della storia ritroviamo quel volto, pallido e incorniciato da capelli scuri, zigomi alti e bocca rabbiosa, che hanno fatto della tormentata Crawford la regina indiscussa del noir.

Insomma, un film senz’altro da vedere, se siete appassionati del “genere”, o, come me, della “mammina cara” Crawford: da evitare se, sempre come me, avete avuto una recente delusione d’amore, perché potrebbe essere una pericolosa ispirazione…

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