La fonte di Cibele (un racconto surreale)

di fabio torrico

Era stato dopo il suo ritorno dalla vacanza madrileña che tutto si era sgretolato : ripensava a quando,  per poter  ammirare con la necessaria tranquillità la fonte di Cibele, si  era messa alla ricerca di un riparo dal sole cocente e nel contempo di un posto tranquillo dove poter consumare i suoi churros.

Una volta seduta, dopo aver faticato a trovare la posizione adatta (come sempre accadeva), aveva addentato quella prelibatezza così insalubre ma sin dal primo boccone, le era parso che, in vece del sapore a lei ben noto, la bocca si fosse riempita di cenere e fiele; inebetita, aveva deglutito a fatica e provato a ripetere quel gesto, di consueto così familiare da non meritare neppure d’essere menzionato, nella speranza che si fosse trattato di una sensazione passeggera per quanto era inappropriata: niente da fare; le papille gustative avevano trasmesso al cervello la medesima, sgradevole percezione.

Forse non erano le papille gustative, aveva teorizzato, ma qualcosa d’altro.

Poteva darsi che fosse affetta da qualche forma di patologia che alterava il senso del gusto, pensò con terrore, allora.

In seguito, come a dimostrare quanto il relativismo sia imperante nell’esperienza umana, quella le sarebbe sembrata un’ipotesi rassicurante.

Ma procediamo per gradi.

Anja, per gli amici Anjuska, giunta in Italia quasi cinque anni prima, era destinata fin dal principio ad avere un successo sfolgorante : decisamente piacente, indiscutibilmente ben educata ed in possesso di un fascino innato (così le era stato detto dai tempi della scuola di secondo grado), si era iscritta alla facoltà di medicina con il fermo proponimento di divenire l’Artemisia Gentileschi della chirurgia maxillo-facciale ed aveva ottenuto risultati più che positivi sul piano didattico grazie alla sua indiscutibile attitudine per la scienza medica ed alla tenacia con la quale si applicava allo studio.

La vita le sorrideva in quei giorni, oltre alle soddisfazioni professionali, Anja era difatti  fidanzata con un uomo piacente e facoltoso, che pur essendo del tutto estraneo all’ambito medico (era un avvocato civilista) le aveva promesso il massimo dell’appoggio possibile.

Se la volontà non le faceva difetto, ogni tanto si dispiaceva della freddezza con la quale le capitava di trattare il suo prossimo, benché ciò accadesse più che altro per auto difesa; “questione di carattere” diceva a se stessa.

Ma da quando era tornata dalla Spagna, qualcosa era radicalmente cambiato: agli occhi di un osservatore esterno Anja sarebbe forse sembrata un poco distratta, vagamente pallida forse , ma nulla che potesse inficiare la sua abituale sicurezza.

Per lei invece, la vita stessa aveva perso di significato, trasformandosi in una sequela di gesti meccanici ben congegnati e totalmente privi di ogni valore.

L’infausto processo era cominciato con il gusto, estendendosi poi rapidamente agli altri quattro sensi.

Anja percepiva il mondo attorno a se ma non era più capace di trarne alcun piacere; non mangiava più, si alimentava soltanto, non si faceva più un bel bagno caldo, ma si lavava, non faceva più all’amore ma consumava un rapporto sessuale completo ad esclusivo beneficio del suo ignaro compagno.

Per un periodo era rimasta intatta la capacità di trarre quel diletto che le era altrimenti negato attraverso le sollecitazioni emotive attinte mediante la letteratura, il cinema, l’arte nel suo complesso.

Ma ultimamente anche questa facoltà si stava erodendo, precipitandola nella più cupa e glaciale disperazione.

Forse era per quello che dopo aver lasciato l’università, il suo partner con una missiva frettolosa, e le sue lezioni di pilates si trovava li, quel pomeriggio.

Stringeva nella mano sinistra (dal momento che Anja era mancina) un’antiquata, logora,  pistola semiautomatica, acquistata al mercato nero per una cifra risibile ma ancora perfettamente atta ad uccidere.

Il piano, neanche a dirlo, era pessimo.

Marco , il suo complice, ed attuale amante (parola invero priva di significato bilaterale in relazione al persistere di quella sua bizzarra condizione esistenziale) sarebbe dovuto entrare dalla porta principale, simulando un malore per creare un diversivo, mentre lei e Fausto, la fervida mente criminale che aveva architettato il piano, sarebbero entrati in azione, armi in pugno, approfittando della confusione.

Che cosa c’era di più semplice che rapinare un ufficio postale di un paesino dimenticato persino dal fato, sperduto nella nebbiosa, fottuta Brianza?

Ma non tutto era andato come Fausto aveva previsto: tra le persone in  attesa quella mattina, difatti, c’era anche un poliziotto in pensione, che malauguratamente non aveva perso l’abitudine di portare sulla sua persona un’arma di fuoco, benché non ve ne fosse più alcuna necessità.

Sentendosi eroico, o forse soltanto molto annoiato dal suo attuale stile di vita, quell’uomo aveva scelto di compiere quel gesto che mai, nel corso di lunghi anni di servizio, si era reso necessario.

Fu così che costui, il cui nome non ci è pervenuto, approfittando dell’eccessiva sicurezza (ed invero della palese ingenuità) ostentata dai malviventi, riuscì ad estrarre, indisturbato, la sua Beretta, puntandola contro il malcapitato di turno, ossia il Lucky Luciano di Muggiò, Fausto.

Quello che poi segui, potrebbe essere in sintesi descritto con una singola parola : caos.

Sta di fatto che vennero esplosi cinque colpi d’arma da fuoco: due a vuoto, uno fatale all’eroico ex agente della forza pubblica, un altro che fulminò Fausto e un’ ultimo che si piantò proprio tra i piccoli seni di Anja, per gli amici Anjuska.

La ragazza, che era forte come una quercia, prima di cadere ebbe il tempo di vedere Marco in preda al terrore fuggire vilmente attraverso l’ingresso secondario, senza neppure fare il gesto di voltarsi nella sua direzione, e poi l’espressione di assente stupore dipinta sul viso impietrito del suo complice Fausto, accasciatosi contro la parete alle sue spalle ed infine il volto inebetito di un’anziana signora la quale, ipotizzò Anja, avrebbe voluto gridare ma non ne era più capace.

Il corpo straziato dalla pallottola che l’aveva ferito, vacillò e per quanto lei tentasse, non le fu possibile restare in piedi: mosse un passo e poco e più e poi, inesorabilmente, cadde.

Contrariamente a quanto avrebbe potuto teorizzare, anche in relazione alla sua formazione medica, non sentiva dolore, soltanto il respiro si faceva sempre più flebile, sottile, quasi evanescente.

Fu allora che, sentendo distintamente approssimarsi il trapasso, il pensiero, che già si dissolveva,  corse lesto al passato, alla casa paterna, alla cannella che rubava dal barattolo quando in estate, ad insaputa dei genitori, si recava in visita presso la dacia del burbero vicino per ascoltare terribili resoconti della grande guerra che costui (rimasto vedevo) dispensava ai ragazzi del circondario insieme a dolci stantii, al suo primo giorno in Italia, quando si era emozionata rimirando Piazza di Spagna dalla sommità della scalinata di Trinità dei Monti.

Rapita dalla bellezza di queste cose remote, e di nuovo padrona del suo destino, Anja si commosse, e lacrime roventi, sgorgate dagli occhi cerulei, segnarono le guance, di già divenute d’’un pallore ultraterreno.

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