drive

di Nicolas Winding Refn

recensione di francesca chiappalone

“Deve essere difficile lavorare con te.”

” No, se ci capiamo.”

Partiamo dagli ingredienti di base: c’è Ryan Gosling che, oltre ad avere un certo talento, è anche piuttosto furbo visto che si innamora del libro di James Sallis e non ci pensa su due volte a contattare il regista Nicolas Winding Refn, che è poi il secondo ingrediente.

Poi aggiungiamo una storia semplice, dell’americano buttato qua e là, la possibilità di un genere solo, anche se poi viene macchiata dagli altri, una grande colonna sonora, una donna angelica, tanto tantissimo sangue, dei coltelli meravigliosi, auto, volanti, ruote e un protagonista intorno al quale girano, frenano e si complicano le vie del film.

“Driver” (il protagonista non verrà mai chiamato per nome) è un giovane che si guadagna da vivere facendo lo stuntman ad Hollywood di giorno, il meccanico nell’officina del suo unico amico Shannon (Bryan Cranston) e l’autista per rapinatori di notte. E’ in questo terzo ruolo che lui detta legge e sempre con poche parole: le sue istruzioni sono facili, precise come i gesti che compie.

L’inizio del film intrappola proprio perché in pochi minuti sappiamo già chi abbiamo davanti: una regola semplice da non dimenticare (“Dammi ora e luogo e ti do cinque minuti. Qualunque cosa accada un minuto dopo te la cavi da solo”), un orologio allacciato al volante, un’ inseguimento, lo slalom tra le macchine accompagnato dalla cronaca di una partita che non ci interessa tanto per il punteggio quanto per la riuscita del suo “lavoro part-time”. Al nostro Hero, poi, gli basta arrivare allo stadio ed indossare un berretto da tifoso.

Driver parla poco ma anche il suo viso ce la mette tutta per non far trasparire nulla. E’ impassibile, forse anche troppo, nel suo lavoro così come nelle poche relazioni superficiali che porta avanti. Gran parte del film si svolge in auto o in un’officina, gran parte della storia viene raccontata o snodata tra i sedili di una vettura e lì, seduto, lui non può scomporsi. Ma quando si ritrova dentro un ascensore con la dolce vicina di casa il suo mondo sbanda. E’ grazie a lei che vediamo i suoi quasi sorrisi, incerti, come quelli di un bambino timido che deve poi per forza abbassare gli occhi. Driver si lascerà andare a queste staffette di sguardi, si lascerà prendere la mano dalla bella, durante un giro in macchina, e, silenziosamente, amerà lei e il suo bambino.

Proprio questo sentimento così poco da film action aprirà la porta alle complicazioni, al sangue che invade tutta la seconda parte del film, alla violenza del nostro senza nome, anche questa precisa nelle sue regole (“Facciamo così: da questo momento tutto quello che esce dalla tua bocca deve essere vero, altrimenti sono guai. Mi hai capito?”), fino alla scena  in ascensore, forse la più bella di tutto il film, dove le luci si abbassano per accogliere l’unico bacio della storia e poi si riaccendono, svelte, per dare la possibilità a Driver di ammazzare a calci il mafioso di turno.

Refn bilancia la velocità delle corse, dell’asfalto, delle coltellate con la lentezza degli occhi che si vogliono, del sangue che cola sfiorando lo splatter, di un uomo senza nome che non usciva mai dalle sue righe e che invece, al’improvviso, si ritrova disposto a mettere in gioco la sua stessa vita, ad aspettare un “minuto in più”, per salvare la donna che lo fa sorridere.

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  1. Francesco prestia

    oui!

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