bloody sam (anima ed ombra di un maestro dimenticato)

“Voglio solo tornare a casa soddisfatto”

 di nicolò favaro

Pensando a Sam Peckinpah si fa fatica a distaccare il personaggio dal suo operato. Alcolista, cocainomane, affetto da manie di persecuzione e bipolarismo eppure lucido e consapevole, storia dall’indubbio fascino è quella del Nostro, nato troppo tardi e morto in tempo per essere assunto nella categoria dei miti morti troppo presto. Uomo dai saldi e fermi principi, esploratore dell’animo umano e dei meccanismi dell’assoluto, regista/autore di un sentimento giunto all’apice e immortalato nella sua caduta. I suoi film non sono istantanee, non sono ricostruzioni, ma metafore auliche e terrene di un modo di concepire il vivere.

In questa bio-filmografia proverò ad estrapolare dalla sua opera completa, ma prevalentemente quella cinematografica, gli archetipi mitici che muovono la poetica di un uomo che vuole solo “tornare a casa soddisfatto.” Mi muoverò dunque tra il dentro e il fuori di personaggi e storie che parlano dell’uomo, dell’America e del cinema in un determinato periodo storico che va dall’inizio degli anni sessanta fino ad arrivare al millenovecentottantaquattro.

Questo non sarà un lavoro sulla tecnica o sul linguaggio, bensì sulla lirica ed il significato. Dunque un lavoro fuori tempo, estraneo dalla critica contemporanea e per questo forse zoppo e opinabile, ma a mio parere l’unico possibile per relazionarsi ad un grande autore distante dal contemporaneo e comunque in grado di influenzarlo. In questo apparente ossimoro risiede la forza di Peckinpah. I suoi film sono indubbiamente datati e databili, ma con la forza del mito e quindi senza tempo e quindi immortali. Se la sua influenza nel cinema contemporaneo è da un lato (quello tecnico) molto forte, pensate a Tarantino e i suoi derivati, a Johnny To, a Scorsese o Leone, dall’altro (quello significante) il suo discorso è stato da tempo abbandonato. Di Peckinpah è stato preso il lato che riguarda la violenza, il montaggio vorticoso e il pathos narrativo, ma non certo la sua componente morale ed etica. Certo, si tratta di una morale e di un’etica strettamente personale, ma non per questo ristretta in quanto i suoi anti-eroi erano (e sono) in grado di rappresentare un preciso stato dell’essere umano, una netta forma della vita terrena, una speranza condivisa nella giustizia universale. I suoi uomini sono spesso fuori legge, ma la legge di cui stiamo parlando non è quella naturale, ma piuttosto quella dell’uomo contemporaneo che non ha nulla a che vedere con il giusto e l’errato. In Peckinpah l’uomo prescinde da se stesso, ha in sé una verità aprioristica che riguarda il suo stile di vita e l’interazione con gli altri, l’unico grande confronto cui deve tener conto non è il giudizio terreno o la morale comune, ma l’appello ultimo, il giudice estremo, la morte. Da ciò l’agire dei suoi personaggi prende forza, non dovranno vedersela con la legge umana, non dovranno sottostare a regole canoniche, non dovranno rendere conto a nessuno su questo mondo. Gli unici metri di paragone funzionali al loro evolversi sono solo loro stessi e la fine, non l’uomo ma l’eterno. Pare chiaro dunque che si sta parlando di viaggi all’interno della psiche di un certo tipo di esseri umani. Persone perlopiù senza fissa dimora, in perenne viaggio, in cerca di serenità. O meglio, il desiderio di una casa cui far ritorno muove loro in un eterno viaggio, spesso interrotto, altre volte perso, ma mai senza una meta. La meta, lo scopo, è lo stesso che mosse Ulisse nella sua Odissea, lo stesso che accompagna un milite in guerra, lo stesso che muove un cercatore d’oro, semplicemente: tornare a casa soddisfatto.(seconda parte)

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  1. gaetano

    Non sto a discutere del contenuto, poichè ogni opinione è ugualmente valida, e quindi tutte perdono di significato (relativismo interpretativo). Quella che proprio non mando giù è la prima parte. quando la finirà la gente di giudicare l’artista sottolinenadone gli eccessi o lo stile di vita .L’opera non è l’artista e l’artista non è la sua opera. Inoltre è molto, ma molto difficile trovare un’artista come dire “normale” ed giusto così…sai che noia…

    • nel caso di sam peckimpah l’opera è l’artista. una biofilmografia prevede note biografiche e per capire meglio come sono nate certe opere non si può prescindere da chi le ha fatte. concordo con te che la politica degli autori è finita da un pezzo, e non penso che se hai fatto un capolavoro allora tutto quello che hai girato è oro colato, ma nel caso di peckinpah il suo stile di vita ha influito in maniera basilare nella sua filmografia. spero che nel resto degli articoli che ripercorreranno la sua carriera questo venga fuori. ti ringrazio per il tuo commento e ti invito a seguire il resto della rubrica, magari potrò spiegarmi meglio. e fidati se ti dico che quello che ho riportato della vita di peckimpah è lo stretto necessario, avrei potuto dilungarmi per ore con aneddoti dal set o le innumerevoli risse e disagi che il nostro creava ovunque andasse.

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