Le quattro volte

recensione di adelaide spadafora

regia: Michelangelo Frammartino
produzione: Italia/Germania/Svizzera, 2010
durata: 88′
festival e premi

Non mi piace quando di un film o di un testo di una canzone si dice che è “poesia”, perciò dirò che questo film ricorda una poesia. Una poesia che racconta di un mondo sconosciuto eppure attuale. Una di quelle poesie che si possono comprendere oppure solamente leggere. Le quattro volte è un film che richiede allo spettatore un po’ di impegno, ma si può anche guardare per il semplice gusto di farlo. Un film che permette anche, ad un osservatore attento, di rispondere alle domande che di volta in volta possono stimolare la sua curiosità.
La nebbia, la polvere, il fumo, scandiscono a più riprese il ritmo del film, che si apre e si chiude su questo protagonista impalpabile: la prima inquadratura ci mostra una piccola montagna fumante, che capiremo poi essere una carbonaia, l’ultima si chiude su un comignolo che sputa fumo pure lui. Assume così una certa circolarità che però riesce a non essere mai didascalica. Frammartino non spiega, ma mostra. Eppure, arrivati alla fine, sembriamo (forse lo siamo) più consapevoli, istruiti, su quello che abbiamo visto all’inizio.
Siamo in Calabria, non quella delle spiagge assolate o dei Bronzi di Riace. Frammartino ci porta in quella Calabria più dura e ruvida, vicina al Pollino, dalla quale il mare si scorge soltanto in lontananza. È la Calabria dei riti pagani (il pastore per guarire la tosse beve un intruglio di acqua e terra raccolta nella chiesa di paese che la perpetua gli dà ogni giorno in cambio di una bottiglia di latte delle sue capre) e delle feste di paese (la processione e l’albero della cuccagna ne sono un esempio). Non è un luogo senza tempo o in cui il tempo scorre in modo diverso. Il tempo è lo stesso, sempre, ma i piani larghi, i rari piani sequenza, le panoramiche e le inquadrature fisse ci permettono di percepirlo in maniera diversa da come siamo soliti viverlo e subirlo. Non è un film che intrattiene, ma che fa trattenere il respiro ed è in questo che si fa evidente la sua grandezza e la sua potenza.
Non mancano i passaggi divertenti come la scena del prete che, intimorito dal cane (Vuk che ha vinto a Cannes il Palm Dog Award per la miglior performance canina), indietreggia e saltella qua e là in mezzo alla strada tentando di spaventarlo e allontanarlo. Peccato solo che poi, il sacerdote, tenti di scacciarlo lanciandogli le pietre.
Le capre di Caulonia, l’abete bianco del Pollino, il carbone delle serre calabresi, il pastore, tutti i protagonisti, sono osservati senza far rumore e i dettagli sono pochi ed essenziali per lasciare lo spazio e il tempo di osservarli, di notare i particolari delle cose seppur da lontano. Guardando il film si ha l’opportunità di innamorarsi di loro un po’ alla volta, senza fretta, senza affanno, ma nel momento stesso in cui ci si rende conto di amarli ecco che la macchina da presa, quasi con pudore, cambia soggetto, senza lasciarci il tempo di indulgere in quel sentimento di piacere.
Consigliato a chi non lancia le pietre ai cani.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: