un racconto

di nicolò favaro (1/2)

Camminava, un giorno, per strada. Davanti a sé un viale chiuso da portici, freddo umido e un cane dal fare incerto. Annusava a destra, si perdeva in attesa sulla sinistra, piegava la testa e si leccava tra le cosce. Curioso animale quel cane, marrone chiaro, del colore dei muri ingialliti dal tempo, dal fumo e non so da cos’altro. Muso tozzo e snello al tempo stesso, di taglia piccola, tendente al grasso. Il cane sente un odore, annusa, l’assapora. Conosce quell’odore e sa che non può farne a meno. La Selvatica era tornata. Il Cane odia la Selvatica con tutto il suo cuore, ma non ne può fare a meno. Gli ha già sfregiato il viso un paio di volte, ma lui continua a darle la caccia, perché sa che un giorno la braccherà, la metterà contro un muro e potrà abbaiarle in faccia tutto il suo odio. Comunque, non è questo il motivo per cui siamo qua.
Dietro al Cane, il Racconto, sbattendo in un imprevisto, ci reclama. Un picchetto. Un picchetto da tenda, conficcato nel cemento di un marciapiede di una città. Strano ma vero, il Racconto è inciampato in un picchetto da tenda e si chiede, perplesso, chi fosse nel posto sbagliato. Una tenda da qualche parte, forse, era preoccupata. Un campeggiatore distratto, amareggiato alla sorpresa di trovare la mancanza di un picchetto. Un omicida mancato. Un asfalto trafitto, amareggiato, quasi schifato da una ferita aperta in un modo così barbaro. Il Racconto si interroga e non trova vie di fuga. Forse il picchetto è là, ora, solo per adempiere la sua funzione originale. Un appiglio a cui tendere un filo, per sorreggere una struttura per tener su un minimo d’ordine, un appoggio. Il Racconto capisce, si guarda in tasca ed estrae un filo, si china, fa un nodo al picchetto,srotola il filo lentamente e lentamente se lo annoda intorno ai fianchi, prova con leggero timore a valutare la resistenza del filo, si sporge un po’, un po’ di più, il filo si tende ma non si spezza, pare reggere, chiude gli occhi, lascia cadere in avanti il suo corpo. Alza le mani al cielo e si dondola, ascolta il vento e l’umidità della pioggia, ascolta il vociare sereno del tutto e l’enfasi brutale dell’inutile, dondola ancora un po’ e poi s’alza e poi si tende. Si guarda intorno e guarda, s’affaccia, non scorge. Vede persone indaffarate verso le loro mete, verso i loro scopi, le loro illusioni. Si chiede perché alcune di queste vengano raccolte e imbastite su un foglio bianco. Si chiede perché altre non valgono righe immortali ma solo ricordi sereni. Si chiede dove finisce la meraviglia e dove inizia lo stupore, il frastuono, il gesto che apre il respiro e lo chiude. Vede case, palazzi, piazze e monumenti, tutto, per essere più lontani dalla ricerca. Vede questo e non guarda dietro. Allora, teso e distratto il Racconto sbatte contro una ignara passante. La passante attonita guarda il Racconto con occhi dolci, tra il bianco della pietà e l’elettrico del curioso. Il Racconto, rammaricato, sorride e dice.

“scusa, mi dispiace.”
“no”
“… no …”
“no, non ti scuso.”
“ah.”
“ah.”
“… bè… come posso farmi perdonare.”
“invitami a prendere una cioccolata calda.”
“…quando?”
“come quando. Ora.”
“non ho un soldo.”
“a casa tua.”
“non ho la cioccolata.”
“e che cazzo. A casa mia.”
“non mi piace la cioccolata”
“ti vuoi far perdonare o no?”
“si.”
“io bevo, tu guardi e parli, va bene.”
“Va Bene.”

Il Racconto e la Passante vanno, fianco a fianco, verso casa. Viaggio breve, ma inutile dirlo. La Passante parlava, diceva di lei e del loro incontro, chiedeva al Racconto cosa stava facendo quando si erano scontrati, cosa faceva prima e cosa intendeva fare nel futuro. La Passante era curiosa, bella e coi capelli ricci. Il Racconto ascoltava attento e a volte rispondeva, a volte svincolava, altre stava zitto e si faceva tutto serio. Nel momento in cui la Passante associò parole volto e circostanze, ambiguità dell’evento, passato monotono, incontro fortuito, sconosciuto a me simile, simile a me diverso, sesso, occhi che tremano e guardano altrove, colonne impreparate, risate, gesti cortesi che scaldano il petto, sesso, mani dondolanti che camminando si sfiorano e si cercano con la volontà distratta s’avvicinano e l’istinto nel tocco s’avvampa e pensieri, per arrivare dove arriva quel momento in cui si capisce di parlare con un anima a te simile, non ce ne sono più.
Fino a casa, almeno fino a casa devo resistere. La Passante si turba, si dice di no, resiste. Il Racconto sorride e capisce di non poter più far a meno della passante. Così, come si sa che senz’acqua i pesci muoiono. La Passante stringe la mano e s’accorge d’averne nella sua un’altra, quella del Racconto, che ora si fa timido e rimane perplesso un attimo di troppo. La Passante si ritrae e guarda con occhi perplessi.

“scusa.”
“di cosa.”
“della mano… che ti ho stretto.”
“fa nulla.”
“non vuoi tenermi per mano?”
“non è questo.”
“Cosa?”
“Se mi prendi per mano ora, mi ci prendi poi per sempre.”
“che dici?”
“cose senza senso, non preoccuparti.”
“dove sei?”
“non lo so, voglio che mi stringi la mano.”

Il Racconto prende per mano la Passante e continuano a camminare, tra gli sbuffi del respiro fumato dal freddo e il tappeto costante del rumore cittadino.
All’insaputa del tutto vanno avanti, camminano verso casa e una cioccolata calda. Il portone è di quelli vecchi, alti e che finiscono a punta. Nel mezzo c’è una porta più piccola, dalla quale i due entrano, senza parlare dell’imbarazzo su chi debba passare per primo. Scale, niente ascensore, sei piani. Il Racconto fatica, la Passante fa un piano per volta ogni volta dichiarando che il prossimo sarebbe stato l’ultimo. Al secondo il Racconto ride, al terzo un po’ di meno al quarto si fa sospettoso al quinto s’incazza al sesto non ci crede. Entrano, stavolta la prima è la Passante.

“ecco casa mia.”
“carina.”
“Carina! Questa è casa mia ed è bellissima. Capito?”
“Bellissima.”

La casa era bella davvero, e ora felice. Le piacevano i complimenti. Era sempre stata molto introversa e mal curata ma con l’arrivo della Passante tutto era cambiato. La casa era ridente e armoniosa. Il suo lungo corridoio bianco panna, i quadri con cornice nera e liscia alle pareti, le lampade all’in su, come vasi di luce. Era fiera anche della sua cucina anche se alla Passante stava un po’ antipatica. Di notte faceva rumori. Il bagno era un suo fiore all’occhiello, ma la camera, la camera da letto era qualcosa che sapeva di paradiso per quanto e come una casa possa immaginarsi il paradiso. E la camera da letto era la stanza che li stava per accogliere. La Passante aveva lasciato lì il Racconto, nel mentre preparava del ciobar in cucina. Il Racconto, sul divano, con la faccia tra il paziente e lo spaesato, cercava di guardarsi intorno il meno possibile per paura di capire troppo della Passante, di farsi idee sbagliate, di congetturare, di perdersi in inutili pensieri. Ma proprio quando pensava d’avercela fatta vede la coda di un serpente affacciata sotto l’angolo del divano. Distoglie lo sguardo. Ferma immobile, in attesa. Una coda. Dà un’occhiata ed è ancora lì. Forse non c’è pericolo. Finta, si è finta. S’abbassa, la raccoglie e capisce d’essere un Racconto stupido e niente di più. Solo un piccolo serpente di stoffa, ripieno di quelle cose che al tatto sembrano palline di plastica dura.

“L’hai trovato.”

Il Racconto sobbalza. (continua)

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