un racconto

di nicolò favaro (2/2)

“era sotto al divano.”
“l’avevo perso, grazie. Se vuoi, ora, sei scusato.”
“vuol dire che devo andare?”
“che puoi.”
“voglio vederti bere la cioccolata.”

Quindi la Passante fa un sorso di cioccolata dalla tazza, la tazza esulta al contatto con le sue labbra. La Passante muore di curiosità e aspetta che il Racconto si racconti, leccando il cioccolato sul bordo della tazza. quindi, col fare d’un fiore in attesa del sole chiede:

“parlami di te”
“quanta cioccolata ti è rimasta.”
“abbastanza.”
“allora è troppa.”
“e dai.”
“che vuoi sapere?”
“come vivi?”
“non lo so.”
“quanti anni hai?”
“fai tu.”
“ventotto, va bene?”
“se lo dici tu.”
“ventotto va bene, lo dico io. Come ti chiami?”
“non ho un nome.”
“come mai?”
“non so dove voglio andare e per ogni posto c’è un nome giusto, quindi, se vuoi, chiamami.”
“vediamo… e se ti chiamassi Carezza.”
“mi accosterei tra il tuo viso e i tuoi capelli, piano scivolerei sul collo e poi sulle spalle, col dorso della mano ti correrei lungo il braccio e col palmo risalirei lungo il tuo corpo e sottile l’aria farà strada verso i tuoi seni e poi, dall’inizio.”
“Fammi vedere.”

La Passante prende il Racconto e lo tira a se. Il Racconto inizia dal viso. Il viso di una ragazza che piano sorride ad occhi chiusi, che sente la carezza arrivare all’orecchio leggera, che cerca il palmo con la guancia. Scende per il suo corpo come se la sua mano fosse coperta da uno strato di brivido puro. Il corpo della Passante assaggia. Il Racconto guarda piano verso il seno e vede il suo soffice e denso pallore, aspetta ancora un attimo e poi lo accoglie leggermente stringendo piano, la passante sente i suoi capezzoli farsi duri e in cerca di un polpastrello da baciare, Il Racconto li assapora, si ferma.

“devo continuare?”
“si, ma non fare altre domande.”
“ti piace il mio nome?”
“si, ma ora te ne do un altro. Bacio.”

Il Racconto inizia dal collo e va verso il lobo, bacia e soffia. Bacia gl’occhi, il mento, l’incavo che sta sotto al collo, scosta la testa e bacia ancora, lecca, di tanto in tanto lascia qualche morso e alla Passante piace. Da morire.

“ora?”
“…”
la Passante sta zitta, il Racconto improvvisa.
Prima la maglia ormai aperta, poi il reggiseno ormai sconvolto. Poi bacia, bacia e lecca, lecca. Primo bottone, secondo terzo, cala i pantaloni, li toglie e li getta a terra. Dalle caviglie bacia, sale e passa dietro al ginocchio, sale e passa dall’interno coscia sale e bacia l’inguine, sfila le mutande e lecca piano la sua.
Il Racconto si ferma un attimo, riflette e pensa che se esiste un miracolo che si chiama con un brutto nome quello è senza dubbio la fica e tutti i suoi derivati, scientifici o ludici che siano. Quindi ne prende atto, continuando. Prima il buco, poi sale e lì rimane per un po’, giocherellando. La Passante lo prende per la testa e lo tira a sé.

“non mi piace più questo nome.”
“e come mi chiamo ora?”
“sotto.”

Il Racconto e la Passante ci diedero dentro, festosamente. Come se quello fosse null’altro che un incontro di gioco, un abbraccio affettuoso, un bagno di speranza. Era la prima volta che capitava un evento del genere alla Passante. Aveva da poco smesso di essere una figlia e questa sua nuova situazione la riempiva di vita come ghiaccio su una piastra ardente. Il Racconto invece non poteva crederci, e si chiedeva dove e quando. (fine)

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